I j’era dama danarosa bela’n carn e rigojosa
i j’era fin-a prepotenta come la Dòra.
Sempre pronta a mnè la gheuba
e a l’ocorensa deurbe la riga
per latonè e batilastra
perché maunet a fa grasset (1)
Mau Mau
Le prime foglie gialle e secche dei platani ammalati di corso Vittorio sono cadute ieri
notte e Marta le sta osservando dalla sua mansarda del palazzo angolo via Gioia. Alcune si
sono depositate sulle auto in sosta, componendo così un simpatico collage sul fondo
metallizzato delle varie carrozzerie. Le più sfortunate si sono accasciate con lentezza
sull’asfalto e poi sono state divelte dalle auto in transito. Quelle ai bordi dei marciapiedi,
invece, sono continuamente spostate dall’aria prodotta soprattutto dagli autobus. Mezz’ora fa
è terminato uno degli ultimi temporali di inizio autunno ed ora la collina di Torino è libera
dalle nuvole, che però giacciono appena al di sopra delle alture, tinte di un grigio carico che
non promette nulla di buono. Marta ha i gomiti appoggiati sul davanzale ed è ancora in
vestaglia, nonostante sia già mezzogiorno. Del resto, a quest’ora ha poco da fare, se non
mettere sul fuoco un pentolino a bollire per quell’etto scarso di spaghetti che avrebbe
mangiato.
Marta ha compiuto da poco cinquant’anni, festeggiando in casa sua con quei pochi
amici che conosce da una vita e spegnendo le candeline senza gioie né dolori, rimpianti o
crisi presenili. La sua routine era tale da anni e lo sarebbe stata per sempre. Aveva scelto di
darsi per mere questioni di denaro, senza interrogarsi ansiosamente con la propria morale,
fregandosene di genitori e parenti (che la avevano abbandonata appena scoperta la sua
professione), sistemandosi in una topaia dietro Porta Palazzo e cambiando appartamento via
via che il suo conto in banca aumentava. Aveva scelto questa vita per i soldi e mai finora
nessun altra sua decisione era stata più azzeccata. Se avesse fatto la puttana per passione, si
sarebbe innamorata di qualche cretino o si sarebbe fatta circuire da qualche stronzo di
professione. Ovviamente aveva collezionato innumerevoli inviti a cena, weekend in Costa
Azzurra o a Courmayeur, proposte di convivenza e di matrimonio. Lei aveva scelto sempre
con quel poco di cervello che in quelle occasioni non le era mai mancato. Le piacevano gli
uomini, ma le sarebbero piaciuti sempre più i quattrini: era inevitabile, in fondo li
guadagnava onestamente, senza offendere né ferire qualcuno, anzi.
Una sola passione aveva segnato la sua vita: il gioco. Avrebbe potuto permettersi
appartamenti in collina o in Crocetta, tailleur d’alta moda e gioielli d’antiquariato, se soltanto
non avesse mai preso una volta la settimana quell’autobus che da Torino la scaricava a Saint
Vincent. Roulette a parte, il suo gioco preferito era lo Chemin de fer. Tante entrate, ma
troppe uscite da quei maledetti tavoli, quando la sorte le voltava le spalle per dare inizio ad
una lunga serie nera. Era la sua unica passione, fortemente rischiosa, ma troppo seducente
per respingerla con facilità. Non se ne è mai pentita, non si è mai scusata con se stessa
pensando di non sapere cosa facesse. Comunque sia, non è in mezzo ad una strada, ma vive
affittando una mansarda decorosa, sbarcando il lunario grazie ai suoi pochi amici che spesso
la invitano a cena o in vacanza e concedendosi ai clienti affezionati che aveva deciso di
privilegiare. Non si sentiva più di accogliere facce nuove, aveva paura dei delinquenti e si
accontentava di ciò che già conosceva. Riusciva anche ad andare in palestra per mantenersi
in forma e qualche soldo in meno le aveva cancellato abiti vistosi e trucco pesante, ma non il
suo bell’aspetto.
Marta guarda l’ora e decide di farsi da mangiare, accendendo il gas sotto il pentolino
pieno d’acqua e riassettando nel mentre il salottino unito all’angolo cottura. Era riuscita a
conservare qualche mobiletto in barocco piemontese e due tappeti persiani, uno per stanza.
Custodiva gelosamente anche i suoi pochi gioielli, sperando in cuor suo di non ritrovarsi un
triste mattino di fronte ad un impiegato del monte dei pegni, che le avrebbe dato in cambio
dell’oro pochi soldi appena sufficienti per campare. Accende la radio, sempre sintonizzata su
un canale locale che trasmette la musica che fu. Riconosce subito l’inconfondibile voce di
Fred Buscaglione: un po’ di volte aveva bevuto con lui al Lutrario nelle pause dei suoi
spettacoli…e dopo poco il suo funerale. Lei c’era e aveva pianto, forse per la terza volta in
vita sua. Non era donna da lacrime e il suo figurino snello nascondeva una scorza dura.
Abbandona i pensieri del passato e scola gli spaghetti. Burro e parmigiano di condimento
sarebbero bastati, non ha molta fame e si consola pensando che fra poche ore sarebbe arrivato
Matteo, pronto per un'altra fine di pomeriggio in sua compagnia. Sorride dopo essersi pulita
il mento con il tovagliolo e si versa il suo quotidiano bicchiere di Dolcetto, l’unico piacere di
cui non si fosse privata. Domenica scorsa, Matteo le aveva detto che gliene avrebbe portato
un bottiglione. Com’era dolce quel ragazzo, peccato non pensasse a ciò che pensava lei.
Matteo aveva trent’anni e conosceva Marta da una decina di mesi. L’aveva vista la
prima volta a casa di Antonio, un amico in comune divorziato e felice di essere libero da
repressioni e legami. Marta lo aveva notato subito, ma per ragioni di età non aveva abbozzato
il minimo tentativo di approccio. Gli occhi grigio perla di Matteo avevano però incrociato più
volte nella serata quelli azzurro pallido di Marta e avevano capito. Matteo era uno di quei
fidanzati che non sanno mai decidersi a compiere il grande passo, principalmente perché a
casa propria non manca loro nulla. Non aveva particolari pregiudizi e una serata con una
signora cortese ed esperta non gli sarebbe affatto dispiaciuta. Tant’è che pochi giorni dopo i
due si erano trovati tramite Antonio a casa di Marta, si erano definitivamente piaciuti e da
quel giorno Matteo era entrato nella rosa ristretta degli affezionati.
A Marta però non bastava più.
Ci sta riflettendo mentre riempie di caffè la napoletana arrugginita dal tempo e dall’uso.
Si osserva riflessa nella specchiera ovale banalmente stuccata e si rende conto di stare
invecchiando. Forse è la prima volta che vorrebbe mollare tutto per la compagnia di un
uomo, che però rispetto a lei è poco più di un ragazzino. Pensa intensamente a quando tra
poche ore avrebbe aperto la porta di casa a Matteo e lui la avrebbe salutata cortesemente, con
un bacio sulla guancia lievemente rugosa e velata di un fard rosa carne, portandole il vino
promesso, ridendo e chiacchierando per una mezz’oretta prima di entrare in camera da letto.
Marta gli aveva detto di non volere più soldi da lui, ma quando Matteo le aveva chiesto il
perché, non era stata capace a dirle “Perché ti voglio bene”, ma soltanto “Perché sei un caro
ragazzo”. Matteo, commosso, non aveva però interpretato la frase per ciò che voleva
esattamente significare (o forse non aveva voluto farlo) e così aveva insistito per tramutare
gli euro delle sue visite in regalini fatti, secondo lui, con tutto il suo affetto. Ma che affetto
poteva provare per lei? Matteo era per certi aspetti molto convenzionale e non avrebbe mai
potuto pensare a Marta come compagna. Dopotutto era una puttana ed uno come lui poteva
permettersi nel suo egoismo di andare a puttane, ma non certo di mettersi insieme ad una. Poi
c’era la differenza di età. Infine, voleva a modo suo molto bene a Sara: con lei, aveva la
sicurezza dell’amore unità però ad un candore ed un’inesperienza che lo avevano spinto
verso Marta, con la quale si sentiva appagato sessualmente senza voler fare la parte del
condottiero, ma soltanto quella del fante pronto a compiere il suo dovere.
Che poteva fare Marta quando pensava soltanto a Matteo? Anche negli ormai pochi
incontri con altri uomini si concentrava pensando a lui: e doveva concentrarsi, perché se no
gli amanti, ormai pratici ed esperti, notavano subito una qualsiasi distrazione e con l’ansia
tipica e sciocca degli uomini paurosi di non far godere le donne, le chiedevano che cosa non
andasse. Marta sorrideva, spostava con delicatezza il ciuffo biondo dall’occhio destro e
rispondeva “E’ tutto a posto”, incominciando a pensare intensamente a Matteo, non perché
fosse più dotato o lo facesse meglio degli altri, ma perché era ormai entrato nella sua mente
per rimanervi.
Marta si sta facendo il bagno nella sua piccola vasca colma di bagnoschiuma. Preme il
beccuccio del flacone di detergente intimo, ne fa cadere uno zampillo verde e gelatinoso sulla
mano destra, che immerge in acqua per un paio di minuti. Poi passa al corpo con un sapone al
miele, con delicatezza, quasi sfiorandosi il viso, il collo, le braccia, il seno, le cosce. Ripete
più volte il massaggio con una spugna morbida e infine, soddisfatta, rimane immobile in
acqua, cercando di rilassarsi e di annullare ogni suo pensiero. Non è facile, dato che si sta
preparando per la visita di Matteo. Non riesce a credere quanto lo desideri, non soltanto a
letto. In un attimo, però, pensa che in questi mesi Matteo era venuto da lei quasi una volta la
settimana, ma a parte quella sera da Antonio non si erano mai visti fuori da casa. Non erano
mai andati insieme a cena, non avevano mai preso un gelato passeggiando per via Roma, non
avevano mai visto un film al cinema, non erano mai saliti insieme su un tram. Che Matteo si
vergognasse di stare con lei in mezzo alla gente? No, Marta non riesce quasi a pensarlo. Però
che strano, si domanda, neanche più insieme a casa di Antonio…forse Matteo era geloso di
qualcuno che lei avrebbe potuto conoscere? Marta sorride a questa ipotesi: magari fosse stata
vera, magari poterlo fare ingelosire. Ora non riesce più a trattenersi e nella sua mente
compaiono a velocità supersonica pensieri che si accavallano l’uno con l’altro. Chissà se
quando Matteo lo faceva con lei pensava a Sara? Oppure a lei, ma in che modo? Perché
quando la guardava negli occhi sembrava quasi volesse ucciderla? O forse si sta sbagliando?
Non le toccava le tette molto spesso, forse non erano più dure come prima? Le controlla,
sembrano a posto. Perché non ha telefonato? Verrà ugualmente? O telefonerà all’ultimo
minuto dicendo che non potrà venire più? E sarà un motivo che regge oppure una palla
manco ben raccontata? Farò un commento sul copriletto mai visto prima? Le chiederà chi
glielo ha regalato? E lo chiederà in tono arrabbiato o privo d’interesse? Avrà quei boxer che a
lei piacciono tanto? E se li avrà, sarà perché voleva farle piacere o perché stamane erano stati
i primi ad uscire dal cassetto? Vorrà un po’ di petting o avrà fretta e vorrà concludere presto?
Spera di no, vedrà di trattenerlo in qualche modo. Di cosa avrà voglia? Oppure le dirà di fare
cosa vuole? E se allora dirà così, sarà proprio perché di lei non gliene frega niente?
Niente…niente…niente…
“Basta!”, si urla addosso Marta, schizzando fuori dalla vasca e avvolgendosi
l’accappatoio intorno al corpo. Si guarda ancora gocciolante nello specchio del mobiletto del
bagno e sussurra “Glielo devo dire”. Brutta cosa l’amore, soprattutto a cinquant’anni e senza
averlo mai voluto conoscere prima d’ora. Cerca di concentrarsi per incominciare ad
accumulare tutto il coraggio che possiede. Nel mentre, sciacqua la vasca e pensa a che cosa
indossare per il momento della verità.
***
Il citofono suona con forza e la cornetta sobbalza staccandosi dalla base. Il filo la fa
rimbalzare nel vuoto. Marta quasi si spaventa. Non chiede nemmeno chi è, lo sa bene. Apre
la porta di casa di un niente e tende l’orecchio ad ascoltare i passi veloci e pesanti dell’uomo
che sta salendo le scale. Quando Matteo giunge all’ultima rampa, lei gli sorride e gli spalanca
la porta. Lui la saluta: “Come stai, signora mia? Siamo in gran forma!” Lei ride scioccamente
e lo fa accomodare.
Matteo è un bel pezzo di figliolo. Alto, moro, viso simpatico, le prime rughe di
espressione dei trent’anni che non stonano, fisico robusto, mani virili, andatura cowboy un
po’ voluta e un po’ dovuta alle gambe leggermente arcuate. Un ragazzo pieno di salute, non
particolarmente brillante, educato anche se non raffinato, a volte superficiale, che la trattava
con una deferenza tipica da giovane amante e non da aspirante fidanzato. Per Marta, però, lui
rappresentava la bellezza, l’allegria e il fascino della gioventù. All’età di Matteo, lei aveva
tutte e tre le cose: ora un po’ meno, ma con lui si sentiva ringiovanita di vent’anni. Lo guarda
sbattendo continuamente le palpebre e gli chiede come sta. Lui sbuffa, facendo finta di avere
lavorato da matti. Lei probabilmente gli crede e cerca con lo sguardo un possibile dono, lui se
ne accorge e le dice “Mi sono dimenticato di portarti il vino. Stamattina ero in ritardo e sono
sceso di corsa, poi me ne sono accorto quand’ero già in macchina. Ti dispiace, vero?”
- Allora non mi pensa proprio - si dice Marta tra sé, ma risponde “No tesoro, non
importa”.
“Ne hai ancora, spero. Oppure sei diventata un’ubriacona?”
“Cattivo! Sì, mi basterà…sperando che la prossima volta te ne ricorderai”.
“Come potrei non ricordarmene? Per te questo e altro”. Matteo si alza dal divano, le dà
un bacio e le sussurra “Hai voglia?”
“Ma…già adesso?”
“Sì, ti scoccia? Non è per me, ma Sara mi aspetta presto perché sono invitato a cena dai
suoi”.
“Ah”. In questa semplice esclamazione, Marta aveva racchiuso un milione di pensieri
rivolti a Matteo, alla sua maledetta fidanzatina frigida e ai genitori che l’hanno messa al
mondo. Fa comunque finta di nulla e si alza dal divano per andare in camera da letto.
Il rapporto non scorre come al solito. Matteo dimostra una fretta evidente ed ha soltanto
bisogno di scaricare dentro Marta un esercito di spermatozoi. Lei cerca di rallentare il più
possibile, baciandolo continuamente e spostandosi strisciando sulle lenzuola. Gli parla di
cose sbagliate nei momenti sbagliati, ricevendo risposte brusche e stizzite.
“A che ora devi essere a cena?”
“Non dopo le sette”.
“Ma mangiano così presto come i pensionati?”
“Ma và, non posso mica arrivare appena in tempo per sedermi a tavola! Dai, così…”
“Allora ti vogliono far sposare?”
“Ma che cazzo ne so? Me lo devi chiedere proprio adesso?”
“Scusa. E fai più piano”.
“Va bè, ma non dire più niente, fino alla fine”.
Matteo si riveste, cercando di ripristinare un aspetto decente e non sospetto. Fischietta
una canzone di Madonna e ogni tanto volta la bella testa mora verso Marta, che non sa se
parlargli o meno. Ha notato la sua fretta e la paura la spinge a rimandare, ma così facendo si
sarebbe logorata per un’altra settimana, per poi magari rimandare ancora. E se Matteo fra
sette giorni non fosse potuto venire da lei? Se per sette giorni non le avesse telefonato? Marta
non avrebbe potuto sopportarlo. Ormai doveva liberarsi da questo peso, aveva una fifa
immensa della risposta alla domanda che stava per fargli, ma doveva fargliela. Ora Matteo si
sta annodando la cravatta e sembra più tranquillo. Forse è il momento buono.
“Matteo, tesoro…”
“Dimmi”.
“Io…devo chiederti una cosa”.
“E’ lunga?”
Marta sente di aver fallito, ma ormai ha rotto gli indugi e prosegue il discorso, come un
camion senza più il controllo dei freni. “Non è né lunga, né corta, ma devi ascoltarmi”.
Matteo, imbecille per il suo totale egocentrismo e orami ossessionato dal giungere in
tempo da quei rompicoglioni dei genitori di Sara, cerca di tagliare corto. “Se ti ho fatto
arrabbiare, mi dispiace. Oggi purtroppo non ti posso proprio coccolare”.
“Non è questo. E’ qualcosa di più personale”.
“Ma riguarda te?”
“Sì, anche”.
Matteo, già con l’autoradio in mano e il cappotto addosso, si blocca per un momento,
riflette corrugando la fronte e sorride di colpo, come avesse in tasca la soluzione ad un
problema di analisi matematica. Guarda Marta e sempre sorridendo le dice “Se hai un
problema e vuoi chiedermi consiglio, ti telefono domani mattina. Ora non posso proprio,
perché se no mi ammazzano, ma domani giuro che ti chiamo, così stanotte ci rifletti ancora
un po’ su. Dopotutto…ormai sono anche un tuo amico, no?”
Marta, freddata dall’unica risposta che non avrebbe mai voluto sentirsi dire da Matteo,
scuote semplicemente il capo in segno d’assenso. Lui, raggiante, la bacia sulla guancia e
scappa di corsa per le scale. La porta, sbattuta da Matteo nella fretta di scendere, si chiude
con rumore assordante.
***
Marta si butta inerte sul letto disfatto, non riesce neppure stavolta a sfogarsi piangendo,
ma sente il fegato compattarsi quasi si dovesse spezzare. Si prende la testa tra le mani e ad
occhi chiusi dà inizio al film immaginario che ripercorre le tappe della sua vita. Riesce a
vedere nitidamente ogni fotogramma: l’infanzia povera e tranquilla, il prepotente sbocciare
della donna che era dentro lei, la scelta, l’abbandono da parte dei suoi, gli stenti, i primi
risparmi, l’opulenza accoppiata al piacere fisico, il tavolo verde, i debiti di gioco, la
mansarda in affitto, Matteo e infine oggi, stanca di dover soddisfare uomini che non ama e
rifiutata dall’unico che ha amato. Un futuro triste e magari in miseria, l’inesorabile tracollo
fisico ancora lontano, ma oggi più vicino a causa dell’unica cosa che davvero desiderava e
l’unica che non è riuscita ad ottenere.
Marta si alza nervosamente dal letto, attraversa le due stanze della mansarda con passo
lento e solenne, entra in bagno, non si specchia e si sciacqua il viso. Esce dal bagno e si
affaccia alla finestra, mettendosi a osservare il traffico come oggi a mezzogiorno. Ora sta
incominciando a far buio, piove leggermente e i fari delle auto risaltano con l’umidità
dell’aria. Marta rimarrà affacciata a guardare questo scorcio della sua città fin quando non le
verrà sonno, si infilerà la camicia da notte in seta viola regalatale da Matteo e si coricherà,
lasciando non per caso accesa al massimo la stufa a gas.
(1) Traduzione dal piemontese: “Ero dama danarosa, bella in carne e rigogliosa, ero anche prepotente come la Dora. Sempre pronta a sgobbare e all’occorrenza aprire le gambe per lattonieri e battilastra, perché la sporcizia fa grasso”. (Mau Mau, Balon combo, dal CD Bass paradis)