davide racconta

Racconti, pensieri, commenti, immagini in movimento. Di Davide e di chi vorrà farne parte.
martedì, 19 maggio 2009

Filadelfia melting pot (racconto)

Al bancone di un bar di via Tunisi a Torino, tre uomini stanno bevendo ognuno il proprio caffè.
 
Valentino ha quasi sessant’anni, è un ex ferroviere da poco in pensione, parla in dialetto con i suoi amici che incontra ogni pomeriggio per lunghi e litigiosi tornei di scopa all’asso, legge come ogni buon torinese la Busiarda (1) e in particolare lo “Specchio dei tempi” (2) ed è, suo malgrado, tifoso del Toro fino alla morte, anche se non si diverte più dal derby del 3 a 2 negli anni ’80. Il suo nome di battesimo non è casuale. Nel maggio del ’49, tragedia di Superga, sua madre era in cinta di lui. Suo padre, ammiratore del Grande Torino, andò come tutta la città ai funerali di quella squadra che entusiasmò il mondo e che dopo il disastro aereo divenne mito. Quel giorno decise, in onore di capitan Mazzola, che suo figlio (giacché, nonostante le ecografie ancora non esistessero, sapeva in cuor suo che sarebbe nato maschio) lo avrebbe chiamato Valentino. E suo figlio aveva sempre abitato in quel quartiere, a un passo dal Filadelfia, ereditando dal papà sangue granata, andando a seguire gli allenamenti quando non faceva turni di mattina, piangendo quando quello stadio zeppo di ricordi venne abbattuto.
 
Ciro di anni ne ha quarantacinque, il nome tradisce le sue origini ed è uno dei tanti figli del baby boom e di quell’immigrazione dal sud che, partendo con un paio di valigie di cartone, si è piano piano, con grande fatica, inserita nel tessuto sociale della città che per molti decenni ha mostrato all’Italia un unico lato dei suoi molteplici, quello più produttivo anche se più grigio, quello che dai cartelli “non si affitta ai meridionali” si è trasformato in un unico intercalare di “mò” e “minchia” che si ascoltano, passeggiando sotto i portici, anche dalla bocca dei torinesi. Ciro torna sempre a Napoli per natale e dice che a Torino c’è sempre la nebbia, anche in questa giornata di maggio assolata e senza una nuvola. Come molti torinesi del sud, è tifoso della Juve e sfotte regolarmente Valentino per il suo vivere di ricordi gloriosi. Ha sposato una ragazza di Rivoli, vive nel quartiere Filadelfia da dieci anni e ha due figli con un accento assolutamente inassociabile a qualsiasi regione.
 
Melak ha trent’anni, è partito senza un soldo in tasca dall’Eritrea insieme a suo fratello, arrangiandosi per i primi due anni come capitava, vivendo per i primi tempi in una stanza a Porta Palazzo, riuscendo a uscire da un paio di brutte storie per poi finalmente aprire qualche mese fa una lavanderia a gettone nella via a fianco. Avere suo fratello accanto a sé lo ha aiutato a sentirsi meno solo e a reagire alle tante difficoltà. E’ molto legato alla sua famiglia, anche se si è abbastanza “occidentalizzato” e non ci pensa nemmeno ad ascoltare i continui richiami dei suoi a sposare una ragazza eritrea e a fare tanti figli. Ci ride sopra e per il momento, essendo pure carino, si diverte con qualche ragazza quando può. 
 
I tre si conoscono da tempo, come quasi tutti in zona. Soltanto Valentino è nato lì, ma anche Ciro e Melak è come facessero parte del quartiere da sempre, pur criticandolo, pur a volte patendolo. Si vive lì, si lavora lì, si superano le reciproche diffidenze davanti ad un caffè. Quando Valentino fa il cantastorie e incomincia a ricordarsi dell’erba dei prati che invadeva le rotaie del 19, Ciro e Melak lo sfottono, ma lo
stanno ad ascoltare. E allora Ciro si mette a parlare dei mille artigiani dei vicoli di Napoli amici dei suoi nonni. E Melak incomincia a descrivere il villaggio dove abitava e i chilometri per raggiungere un pozzo d’acqua. Mai più Valentino avrebbe pensato di ascoltare i racconti di qualcuno dell’Eritrea, che conosceva soltanto perché sapeva essere stata una colonia dell’Italia. Potenza del mondo globale, quando si integra senza far danni nella realtà locale.
 
“Lo sai – dice Valentino a Ciro – quando ho visto per la prima volta la pummarola? Al supermercato che c’era proprio qui a fianco, cinquant’anni fa”.
“Un supermercato?” rispondono in coro Ciro e Melak. “Ma dove adesso c’è il discount?”
“Certo! Prendeva pure quello accanto, dove c’è anche la banca. Il primo aperto a Torino, proprio qui, dai Garosci. Mi ricordo la coda per andare a vederlo”.
Ciro lo incalza. “Ah, come fanno quelli fermi in macchina per vedere gli aerei atterrare a Caselle?”
“Dì, napuli (3), fai meno lo spiritoso! Era cinquant’anni fa, noi andavamo a fare la spesa soltanto ai mercati generali. A casa tua in bassa Italia manco c’era la luce per strada”.
“Eeeehhhhh, mò esagera! Ti rispetto solo perché sei più vecchio”.
Valentino fa finta di dare uno schiaffo a Ciro e tutti e tre ridono. Il torinese prosegue. “Guarda che non sto scherzando, Ciro: i tuoi dove abitavano?”
“A Madonna di Campagna”.
“Ecco. E cosa pensi che facevano quando tu manco sapevi camminare, balengu (4)? Te lo dico io: si prendevano il 19 e venivano a far la spesa ai mercati generali. Quelli di una volta, che adesso c’han fatto tutta la roba per le olimpiadi. Tutte le cose che noi non conoscevamo, tipo le cime di rapa, il pesce di mare, gli spagnulin (5), hanno iniziato a trovarsi lì ed io le ho poi viste da gagnu (6) al supermercato dei Garosci. Tutta roba esotica per me, come adesso ste poltiglie puzzolenti che mangiano sti maruchin (7) come questo qua” e Valentino indica Melak, che non se la prende e comincia a parlare come un nordafricano appena arrivato in Italia. “Ehi amico, io venire da Eritrea, non Marocco. Non Tunisia, anche se qui via Tunisi. Bisogno lavoro, otto figli a casa”.
“Prendi in giro i tuoi amici, bravo! Guarda che anche tu eri così quando sei arrivato”.
“Lo so. Infatti sai bene che aiuto tanti ragazzi. Allora, com’era questo supermercato?”
“A me piaceva tanto, avevo dieci anni e figurati per un bambino tutti quei banchi con la frutta, la carne, tutti colorati. Mia madre era preoccupata per i prezzi e perché non si fidava del peso, ma poi aveva iniziato ad andarci ed io le dicevo sempre di portarmi con lei. Una cosa proprio non la capiva: i surgelati. Poura dona (8), ha continuato finché è campata a lavare la verdura perché diceva che fresca era più sana. Mio padre, invece, si rifiutava di andarci e diceva sempre che non eravamo in America e che quei negozi erano una rovina. Buonanima, a l’a mai capì niente (9), a parte di calcio”.
“Non sfottere tuo padre – gli risponde Ciro – ti ha dato un nome importante e dovresti esserne orgoglioso”.
“Certo che lo sono. Spero solo, quando sarò davvero vecchio, che mia figlia mi assista, se no passerò l’estate dentro i centri commerciali per non patire il caldo”.
“Ti starebbe solo bene, pulentun (10), per tutte le volte che i tuoi compaesani, te compreso, mi han chiamato terrone”.
Valentino mima di nuovo lo schiaffo, Melak ride e dice “Oggi è una cosa così normale andare al supermercato…cinquant’anni fa voi torinesi avete trovato i prodotti del sud Italia e adesso io ci trovo quelli del sud del mondo: il cous cous, il riso profumato, la papaya. Mi sembra quasi di essere a casa”.
“Perché mò – dice Ciro – a casa tua ci stanno i supermercati”.
“Certo, che ti credi?
“Ma quando ci torni in Eritrea la prossima volta?” gli chiede Valentino.
“A natale, ci sto due settimane. Dai, vieni pure tu!”.
“Sì, e dove me la faccio la barba? Al pozzo?”
“Guarda che, a parte i supermercati, ora abbiamo anche l’acqua in casa”.
Ciro si mette a ridere e risponde a tutti e due: “Io a natale me ne vado a Capri, mi faccio fare una foto davanti ai faraglioni e vi mando a stendere una volta per tutte”.
 
Il barista, che come i parrucchieri e i medici ne sente ogni giorno più della redazione di cronaca nera della “Stampa”, li guarda, scuote la testa e sorride. Ogni giorno quel piccolo angolo di Torino, dove si allenava la squadra più gloriosa degli anni ’40, diventa uno spicchio di mondo, con persone di differente etnia e ceto che si incrociano proprio come iniziò ad accadere dentro al primo supermercato aperto dai Garosci cinquant’anni fa. Oggi nel quartiere ci sono gli ipermercati moderni, che però ancora convivono con la trattoria piemontese che serve gli stessi clienti della lavanderia a gettone, o con il calzolaio aperto dagli anni ’60 che è a fianco del negozietto dove si può chiamare casa, che vuol dire Brasile, Egitto, Filippine. Anche tra le mura delle case popolari vicine al Filadelfia si respira un’aria nuova. Anche nelle banche di via Tunisi si pagano bonifici indirizzati all’Asmara o a Tripoli. Anche tre uomini totalmente diversi tra loro come Valentino, Ciro e Melak possono trovare dei punti in comune. Qui in via Tunisi, Torino, Italia.
 
 
                                                                       
(1) la Bugiarda, come i torinesi chiamano in gergo il loro giornale “la Stampa”
(2) rubrica molto letta di lettere alla redazione
(3) per i torinesi tutti i meridionali erano chiamati “napuli”
(4) cretino, in dialetto
(5) peperoncini, in dialetto
(6) ragazzino, in dialetto
(7) tutti gli immigrati dal nord Africa sono chiamati per semplificare “maruchin”
(8) povera donna, in dialetto
(9) non ha mai capito niente, in dialetto
(10) polentone, in dialetto
postato da davideracconti alle ore 14:46 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: racconto, torino, supermarket


mercoledì, 08 aprile 2009

ABRUZZO, TERREMOTO APRILE 2009

Ah perché non son io cò miei pastori?

(Gabriele d'Annunzio)

postato da davideracconti alle ore 11:30 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: abruzzo


giovedì, 26 marzo 2009

Marta se ne va (racconto)

                                                          

                                                            I j’era dama danarosa bela’n carn e rigojosa
                                                                              
i j’era fin-a prepotenta come la Dòra.
                                                                             
Sempre pronta a mnè la gheuba
                                                                             
e a l’ocorensa deurbe la riga
                                                                             
per latonè e batilastra 
                                                                             
perché maunet a fa grasset (1) 

                                                                          
 Mau Mau

 
 
Le prime foglie gialle e secche dei platani ammalati di corso Vittorio sono cadute ieri
notte e Marta le sta osservando dalla sua mansarda del palazzo angolo via Gioia. Alcune si
sono depositate sulle auto in sosta, componendo così un simpatico collage sul fondo
metallizzato delle varie carrozzerie. Le più sfortunate si sono accasciate con lentezza
sull’asfalto e poi sono state divelte dalle auto in transito. Quelle ai bordi dei marciapiedi,
invece, sono continuamente spostate dall’aria prodotta soprattutto dagli autobus. Mezz’ora fa
è terminato uno degli ultimi temporali di inizio autunno ed ora la collina di Torino è libera
dalle nuvole, che però giacciono appena al di sopra delle alture, tinte di un grigio carico che
non promette nulla di buono. Marta ha i gomiti appoggiati sul davanzale ed è ancora in
vestaglia, nonostante sia già mezzogiorno. Del resto, a quest’ora ha poco da fare, se non
mettere sul fuoco un pentolino a bollire per quell’etto scarso di spaghetti che avrebbe
mangiato.
 
Marta ha compiuto da poco cinquant’anni, festeggiando in casa sua con quei pochi
amici che conosce da una vita e spegnendo le candeline senza gioie né dolori, rimpianti o
crisi presenili. La sua routine era tale da anni e lo sarebbe stata per sempre. Aveva scelto di
darsi per mere questioni di denaro, senza interrogarsi ansiosamente con la propria morale,
fregandosene di genitori e parenti (che la avevano abbandonata appena scoperta la sua
professione), sistemandosi in una topaia dietro Porta Palazzo e cambiando appartamento via
via che il suo conto in banca aumentava. Aveva scelto questa vita per i soldi e mai finora
nessun altra sua decisione era stata più azzeccata. Se avesse fatto la puttana per passione, si
sarebbe innamorata di qualche cretino o si sarebbe fatta circuire da qualche stronzo di
professione. Ovviamente aveva collezionato innumerevoli inviti a cena, weekend in Costa
Azzurra o a Courmayeur, proposte di convivenza e di matrimonio. Lei aveva scelto sempre
con quel poco di cervello che in quelle occasioni non le era mai mancato. Le piacevano gli
uomini, ma le sarebbero piaciuti sempre più i quattrini: era inevitabile, in fondo li
guadagnava onestamente, senza offendere né ferire qualcuno, anzi.
 
Una sola passione aveva segnato la sua vita: il gioco. Avrebbe potuto permettersi
appartamenti in collina o in Crocetta, tailleur d’alta moda e gioielli d’antiquariato, se soltanto
non avesse mai preso una volta la settimana quell’autobus che da Torino la scaricava a Saint
Vincent. Roulette a parte, il suo gioco preferito era lo Chemin de fer. Tante entrate, ma
troppe uscite da quei maledetti tavoli, quando la sorte le voltava le spalle per dare inizio ad
una lunga serie nera. Era la sua unica passione, fortemente rischiosa, ma troppo seducente
per respingerla con facilità. Non se ne è mai pentita, non si è mai scusata con se stessa
pensando di non sapere cosa facesse. Comunque sia, non è in mezzo ad una strada, ma vive
affittando una mansarda decorosa, sbarcando il lunario grazie ai suoi pochi amici che spesso
la invitano a cena o in vacanza e concedendosi ai clienti affezionati che aveva deciso di
privilegiare. Non si sentiva più di accogliere facce nuove, aveva paura dei delinquenti e si
accontentava di ciò che già conosceva. Riusciva anche ad andare in palestra per mantenersi
in forma e qualche soldo in meno le aveva cancellato abiti vistosi e trucco pesante, ma non il
suo bell’aspetto.
 
Marta guarda l’ora e decide di farsi da mangiare, accendendo il gas sotto il pentolino
pieno d’acqua e riassettando nel mentre il salottino unito all’angolo cottura. Era riuscita a
conservare qualche mobiletto in barocco piemontese e due tappeti persiani, uno per stanza.
Custodiva gelosamente anche i suoi pochi gioielli, sperando in cuor suo di non ritrovarsi un
triste mattino di fronte ad un impiegato del monte dei pegni, che le avrebbe dato in cambio
dell’oro pochi soldi appena sufficienti per campare. Accende la radio, sempre sintonizzata su
un canale locale che trasmette la musica che fu. Riconosce subito l’inconfondibile voce di
Fred Buscaglione: un po’ di volte aveva bevuto con lui al Lutrario nelle pause dei suoi
spettacoli…e dopo poco il suo funerale. Lei c’era e aveva pianto, forse per la terza volta in
vita sua. Non era donna da lacrime e il suo figurino snello nascondeva una scorza dura.
Abbandona i pensieri del passato e scola gli spaghetti. Burro e parmigiano di condimento
sarebbero bastati, non ha molta fame e si consola pensando che fra poche ore sarebbe arrivato
Matteo, pronto per un'altra fine di pomeriggio in sua compagnia. Sorride dopo essersi pulita
il mento con il tovagliolo e si versa il suo quotidiano bicchiere di Dolcetto, l’unico piacere di
cui non si fosse privata. Domenica scorsa, Matteo le aveva detto che gliene avrebbe portato
un bottiglione. Com’era dolce quel ragazzo, peccato non pensasse a ciò che pensava lei.
 
Matteo aveva trent’anni e conosceva Marta da una decina di mesi. L’aveva vista la
prima volta a casa di Antonio, un amico in comune divorziato e felice di essere libero da
repressioni e legami. Marta lo aveva notato subito, ma per ragioni di età non aveva abbozzato
il minimo tentativo di approccio. Gli occhi grigio perla di Matteo avevano però incrociato più
volte nella serata quelli azzurro pallido di Marta e avevano capito. Matteo era uno di quei
fidanzati che non sanno mai decidersi a compiere il grande passo, principalmente perché a
casa propria non manca loro nulla. Non aveva particolari pregiudizi e una serata con una
signora cortese ed esperta non gli sarebbe affatto dispiaciuta. Tant’è che pochi giorni dopo i
due si erano trovati tramite Antonio a casa di Marta, si erano definitivamente piaciuti e da
quel giorno Matteo era entrato nella rosa ristretta degli affezionati.
 
A Marta però non bastava più.
 
Ci sta riflettendo mentre riempie di caffè la napoletana arrugginita dal tempo e dall’uso.
Si osserva riflessa nella specchiera ovale banalmente stuccata e si rende conto di stare
invecchiando. Forse è la prima volta che vorrebbe mollare tutto per la compagnia di un
uomo, che però rispetto a lei è poco più di un ragazzino. Pensa intensamente a quando tra
poche ore avrebbe aperto la porta di casa a Matteo e lui la avrebbe salutata cortesemente, con
un bacio sulla guancia lievemente rugosa e velata di un fard rosa carne, portandole il vino
promesso, ridendo e chiacchierando per una mezz’oretta prima di entrare in camera da letto.
Marta gli aveva detto di non volere più soldi da lui, ma quando Matteo le aveva chiesto il
perché, non era stata capace a dirle “Perché ti voglio bene”, ma soltanto “Perché sei un caro
ragazzo”. Matteo, commosso, non aveva però interpretato la frase per ciò che voleva
esattamente significare (o forse non aveva voluto farlo) e così aveva insistito per tramutare
gli euro delle sue visite in regalini fatti, secondo lui, con tutto il suo affetto. Ma che affetto
poteva provare per lei? Matteo era per certi aspetti molto convenzionale e non avrebbe mai
potuto pensare a Marta come compagna. Dopotutto era una puttana ed uno come lui poteva
permettersi nel suo egoismo di andare a puttane, ma non certo di mettersi insieme ad una. Poi
c’era la differenza di età. Infine, voleva a modo suo molto bene a Sara: con lei, aveva la
sicurezza dell’amore unità però ad un candore ed un’inesperienza che lo avevano spinto
verso Marta, con la quale si sentiva appagato sessualmente senza voler fare la parte del
condottiero, ma soltanto quella del fante pronto a compiere il suo dovere.
 
Che poteva fare Marta quando pensava soltanto a Matteo? Anche negli ormai pochi
incontri con altri uomini si concentrava pensando a lui: e doveva concentrarsi, perché se no
gli amanti, ormai pratici ed esperti, notavano subito una qualsiasi distrazione e con l’ansia
tipica e sciocca degli uomini paurosi di non far godere le donne, le chiedevano che cosa non
andasse. Marta sorrideva, spostava con delicatezza il ciuffo biondo dall’occhio destro e
rispondeva “E’ tutto a posto”, incominciando a pensare intensamente a Matteo, non perché
fosse più dotato o lo facesse meglio degli altri, ma perché era ormai entrato nella sua mente
per rimanervi.
 
Marta si sta facendo il bagno nella sua piccola vasca colma di bagnoschiuma. Preme il
beccuccio del flacone di detergente intimo, ne fa cadere uno zampillo verde e gelatinoso sulla
mano destra, che immerge in acqua per un paio di minuti. Poi passa al corpo con un sapone al
miele, con delicatezza, quasi sfiorandosi il viso, il collo, le braccia, il seno, le cosce. Ripete
più volte il massaggio con una spugna morbida e infine, soddisfatta, rimane immobile in
acqua, cercando di rilassarsi e di annullare ogni suo pensiero. Non è facile, dato che si sta
preparando per la visita di Matteo. Non riesce a credere quanto lo desideri, non soltanto a
letto. In un attimo, però, pensa che in questi mesi Matteo era venuto da lei quasi una volta la
settimana, ma a parte quella sera da Antonio non si erano mai visti fuori da casa. Non erano
mai andati insieme a cena, non avevano mai preso un gelato passeggiando per via Roma, non
avevano mai visto un film al cinema, non erano mai saliti insieme su un tram. Che Matteo si
vergognasse di stare con lei in mezzo alla gente? No, Marta non riesce quasi a pensarlo. Però
che strano, si domanda, neanche più insieme a casa di Antonio…forse Matteo era geloso di
qualcuno che lei avrebbe potuto conoscere? Marta sorride a questa ipotesi: magari fosse stata
vera, magari poterlo fare ingelosire. Ora non riesce più a trattenersi e nella sua mente
compaiono a velocità supersonica pensieri che si accavallano l’uno con l’altro. Chissà se
quando Matteo lo faceva con lei pensava a Sara? Oppure a lei, ma in che modo? Perché
quando la guardava negli occhi sembrava quasi volesse ucciderla? O forse si sta sbagliando?
Non le toccava le tette molto spesso, forse non erano più dure come prima? Le controlla,
sembrano a posto. Perché non ha telefonato? Verrà ugualmente? O telefonerà all’ultimo
minuto dicendo che non potrà venire più? E sarà un motivo che regge oppure una palla
manco ben raccontata? Farò un commento sul copriletto mai visto prima? Le chiederà chi
glielo ha regalato? E lo chiederà in tono arrabbiato o privo d’interesse? Avrà quei boxer che a
lei piacciono tanto? E se li avrà, sarà perché voleva farle piacere o perché stamane erano stati
i primi ad uscire dal cassetto? Vorrà un po’ di petting o avrà fretta e vorrà concludere presto?
Spera di no, vedrà di trattenerlo in qualche modo. Di cosa avrà voglia? Oppure le dirà di fare
cosa vuole? E se allora dirà così, sarà proprio perché di lei non gliene frega niente?
 
Niente…niente…niente…
 
“Basta!”, si urla addosso Marta, schizzando fuori dalla vasca e avvolgendosi
l’accappatoio intorno al corpo. Si guarda ancora gocciolante nello specchio del mobiletto del
bagno e sussurra “Glielo devo dire”. Brutta cosa l’amore, soprattutto a cinquant’anni e senza
averlo mai voluto conoscere prima d’ora. Cerca di concentrarsi per incominciare ad
accumulare tutto il coraggio che possiede. Nel mentre, sciacqua la vasca e pensa a che cosa
indossare per il momento della verità.
 
***
 
Il citofono suona con forza e la cornetta sobbalza staccandosi dalla base. Il filo la fa
rimbalzare nel vuoto. Marta quasi si spaventa. Non chiede nemmeno chi è, lo sa bene. Apre
la porta di casa di un niente e tende l’orecchio ad ascoltare i passi veloci e pesanti dell’uomo
che sta salendo le scale. Quando Matteo giunge all’ultima rampa, lei gli sorride e gli spalanca
la porta. Lui la saluta: “Come stai, signora mia? Siamo in gran forma!” Lei ride scioccamente
e lo fa accomodare.
 
Matteo è un bel pezzo di figliolo. Alto, moro, viso simpatico, le prime rughe di
espressione dei trent’anni che non stonano, fisico robusto, mani virili, andatura cowboy un
po’ voluta e un po’ dovuta alle gambe leggermente arcuate. Un ragazzo pieno di salute, non
particolarmente brillante, educato anche se non raffinato, a volte superficiale, che la trattava
con una deferenza tipica da giovane amante e non da aspirante fidanzato. Per Marta, però, lui
rappresentava la bellezza, l’allegria e il fascino della gioventù. All’età di Matteo, lei aveva
tutte e tre le cose: ora un po’ meno, ma con lui si sentiva ringiovanita di vent’anni. Lo guarda
sbattendo continuamente le palpebre e gli chiede come sta. Lui sbuffa, facendo finta di avere
lavorato da matti. Lei probabilmente gli crede e cerca con lo sguardo un possibile dono, lui se
ne accorge e le dice “Mi sono dimenticato di portarti il vino. Stamattina ero in ritardo e sono
sceso di corsa, poi me ne sono accorto quand’ero già in macchina. Ti dispiace, vero?”
- Allora non mi pensa proprio - si dice Marta tra sé, ma risponde “No tesoro, non
importa”.
“Ne hai ancora, spero. Oppure sei diventata un’ubriacona?”
“Cattivo! Sì, mi basterà…sperando che la prossima volta te ne ricorderai”.
“Come potrei non ricordarmene? Per te questo e altro”. Matteo si alza dal divano, le dà
un bacio e le sussurra “Hai voglia?”
“Ma…già adesso?”
“Sì, ti scoccia? Non è per me, ma Sara mi aspetta presto perché sono invitato a cena dai
suoi”.
“Ah”. In questa semplice esclamazione, Marta aveva racchiuso un milione di pensieri
rivolti a Matteo, alla sua maledetta fidanzatina frigida e ai genitori che l’hanno messa al
mondo. Fa comunque finta di nulla e si alza dal divano per andare in camera da letto.
 
Il rapporto non scorre come al solito. Matteo dimostra una fretta evidente ed ha soltanto
bisogno di scaricare dentro Marta un esercito di spermatozoi. Lei cerca di rallentare il più
possibile, baciandolo continuamente e spostandosi strisciando sulle lenzuola. Gli parla di
cose sbagliate nei momenti sbagliati, ricevendo risposte brusche e stizzite.
“A che ora devi essere a cena?”
“Non dopo le sette”.
“Ma mangiano così presto come i pensionati?”
“Ma và, non posso mica arrivare appena in tempo per sedermi a tavola! Dai, così…”
“Allora ti vogliono far sposare?”
“Ma che cazzo ne so? Me lo devi chiedere proprio adesso?”
“Scusa. E fai più piano”.
“Va bè, ma non dire più niente, fino alla fine”.
 
Matteo si riveste, cercando di ripristinare un aspetto decente e non sospetto. Fischietta
una canzone di Madonna e ogni tanto volta la bella testa mora verso Marta, che non sa se
parlargli o meno. Ha notato la sua fretta e la paura la spinge a rimandare, ma così facendo si
sarebbe logorata per un’altra settimana, per poi magari rimandare ancora. E se Matteo fra
sette giorni non fosse potuto venire da lei? Se per sette giorni non le avesse telefonato? Marta
non avrebbe potuto sopportarlo. Ormai doveva liberarsi da questo peso, aveva una fifa
immensa della risposta alla domanda che stava per fargli, ma doveva fargliela. Ora Matteo si
sta annodando la cravatta e sembra più tranquillo. Forse è il momento buono.
“Matteo, tesoro…”
“Dimmi”.
“Io…devo chiederti una cosa”.
“E’ lunga?”
Marta sente di aver fallito, ma ormai ha rotto gli indugi e prosegue il discorso, come un
camion senza più il controllo dei freni. “Non è né lunga, né corta, ma devi ascoltarmi”.
Matteo, imbecille per il suo totale egocentrismo e orami ossessionato dal giungere in
tempo da quei rompicoglioni dei genitori di Sara, cerca di tagliare corto. “Se ti ho fatto
arrabbiare, mi dispiace. Oggi purtroppo non ti posso proprio coccolare”.
“Non è questo. E’ qualcosa di più personale”.
“Ma riguarda te?”
“Sì, anche”.
Matteo, già con l’autoradio in mano e il cappotto addosso, si blocca per un momento,
riflette corrugando la fronte e sorride di colpo, come avesse in tasca la soluzione ad un
problema di analisi matematica. Guarda Marta e sempre sorridendo le dice “Se hai un
problema e vuoi chiedermi consiglio, ti telefono domani mattina. Ora non posso proprio,
perché se no mi ammazzano, ma domani giuro che ti chiamo, così stanotte ci rifletti ancora
un po’ su. Dopotutto…ormai sono anche un tuo amico, no?”
Marta, freddata dall’unica risposta che non avrebbe mai voluto sentirsi dire da Matteo,
scuote semplicemente il capo in segno d’assenso. Lui, raggiante, la bacia sulla guancia e
scappa di corsa per le scale. La porta, sbattuta da Matteo nella fretta di scendere, si chiude
con rumore assordante.
 
***
 
Marta si butta inerte sul letto disfatto, non riesce neppure stavolta a sfogarsi piangendo,
ma sente il fegato compattarsi quasi si dovesse spezzare. Si prende la testa tra le mani e ad
occhi chiusi dà inizio al film immaginario che ripercorre le tappe della sua vita. Riesce a
vedere nitidamente ogni fotogramma: l’infanzia povera e tranquilla, il prepotente sbocciare
della donna che era dentro lei, la scelta, l’abbandono da parte dei suoi, gli stenti, i primi
risparmi, l’opulenza accoppiata al piacere fisico, il tavolo verde, i debiti di gioco, la
mansarda in affitto, Matteo e infine oggi, stanca di dover soddisfare uomini che non ama e
rifiutata dall’unico che ha amato. Un futuro triste e magari in miseria, l’inesorabile tracollo
fisico ancora lontano, ma oggi più vicino a causa dell’unica cosa che davvero desiderava e
l’unica che non è riuscita ad ottenere.
 
Marta si alza nervosamente dal letto, attraversa le due stanze della mansarda con passo
lento e solenne, entra in bagno, non si specchia e si sciacqua il viso. Esce dal bagno e si
affaccia alla finestra, mettendosi a osservare il traffico come oggi a mezzogiorno. Ora sta
incominciando a far buio, piove leggermente e i fari delle auto risaltano con l’umidità
dell’aria. Marta rimarrà affacciata a guardare questo scorcio della sua città fin quando non le
verrà sonno, si infilerà la camicia da notte in seta viola regalatale da Matteo e si coricherà,
lasciando non per caso accesa al massimo la stufa a gas.
 
              
 (1) Traduzione dal piemontese: “Ero dama danarosa, bella in carne e rigogliosa, ero anche prepotente come la Dora. Sempre pronta a sgobbare e all’occorrenza aprire le gambe per lattonieri e battilastra, perché la sporcizia fa grasso”. (Mau Mau, Balon combo, dal CD Bass paradis)
 

                                                 

postato da davideracconti alle ore 14:11 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: racconto, torino


lunedì, 23 marzo 2009

Incontri a palazzo (racconto)

Tell me, if you can
what makes a man a man
 
Marc Almond
 
 
“Maracaibo, mare forza nove” è il ritornello che ora si sente dall’antiquato e modesto
stereo piazzato in una camera angusta al piano superiore di un cascinale cadente nei pressi di
Torino. Almeno una trentina di persone sta ballando ed una cinquantina li sta guardando o
spettegola con i vicini ridendo in tono grasso e fragoroso, intercalando qualche neh o qualche
altra parola in dialetto. Ogni tanto la padrona di casa, che è in realtà un padrone con
paillettes, tette finte, bracciali di strass e parrucca bionda alla Lady Di, prende il microfono e
dice di ballare e divertirsi, annunciando a momenti il valzer delle teste coronate. I pochi
ragazzi presenti ridono, gli “over 50” (e spesso più) applaudono e si preparano al giro di
pista.
Non è una festa privata tra gay stagionati e giovani marchette, ma un sabato sera che
ogni due settimane è organizzato al Palazzo d’inverno. E’una bella pretesa chiamare con un
nome simile una cascina così mal ridotta: forse nemmeno i più umili dei servitori degli zar
dormivano in un posto simile. Ma è proprio qui che sta il fascino: di ballare il liscio (per chi
ne è capace) o le sigle degli anni’70 senza essere circondati da gay stereotipati, tutti in
maglietta aderente e aria superba; il fascino delle balere di una volta invece che di una
qualsiasi comune discoteca; il fascino di queste vecchie pazze che hanno tanta voglia di
divertirsi; il fascino del Martini bianco a tre euro servito nei bicchieri da amaro delle osterie;
il fascino dei bocchini in osso che qualcuno usa ancora per fumare le sigarette; il fascino
delle sedie impagliate che dondolano perché sotto una delle gambe si è staccato il feltrino; il
fascino di chi (e il rispetto per chi) a vent’anni ha dovuto affrontare educazione maschilista,
repressioni, pestaggi, pubbliche umiliazioni, ma ha anche goduto di momenti d’amore e di
sesso senza troppe precauzioni perché non ce n’era bisogno.
Marco sta guardando i ballerini del valzer delle teste coronate e si sta divertendo un
mondo. E’ la prima volta che va al Palazzo, trascinato da un gruppo di suoi amici gay che
difficilmente perdono l’appuntamento. Sono quasi tutti suoi coetanei, quindi sui ventottotrenta,
ma da tempo non si divertono più in discoteca e vengono qui volentieri. Marco li ha
conosciuti tramite Gigi, suo compagno di scuola dai tempi dello scientifico fino alla laurea in
architettura. Gigi gli aveva confessato di esser gay dopo la maturità, perché voleva togliersi,
dopo il peso relativamente grande dell’esame, quello molto più grande di annullare ogni
bugia con il suo migliore amico. Marco non si era scandalizzato più di tanto, anche perché
aveva sospetti su Gigi ben prima della sua confessione avvenuta tra una Bud in bottiglia e un
brano dei Talking Heads in una birreria del centro. Marco lo aveva accettato per ciò che è, lo
aveva seguito nelle sue paradossali storie ad architettura, lo aveva aiutato nel trasloco quando
aveva deciso di affittare una mansarda ed era andato con lui in vacanza a Ibiza, frequentando
spiagge e locali differenti per poi ritrovarsi alle sette di mattina a intingere un churro nel
caffelatte. Allo stesso modo, Marco aveva fatto fumare Gigi di nascosto dietro la Gran Madre
e addirittura lo aveva portato ad un derby in curva Maratona. Gigi aveva pure portato fortuna,
perché il Toro aveva stravinto.
Marco non nutriva particolare interesse per i gay, né sessuale, né tantomeno
antropologico del tipo “Fammi un po’ studiare da vicino questa strana tribù”, però si era
trovato subito bene con gli amici di Gigi perché erano cordiali e semplici come lui. Gigi lo
aveva comunque preparato a dovere al suo primo incontro con il Palazzo, anche perché lui
stesso era rimasto scioccato la prima volta che ci era andato.
Marco era quindi più che istruito sul posto: ciononostante, quando aveva aperto la porta
della stanza, non se lo immaginava così. La cosa che gli aveva dato fastidio era stato
l’immediato senso di claustrofobia che colpiva quasi tutti quelli che entravano in quel
buchetto fumoso con dentro nemmeno cento persone che però sembravano una muraglia
umana. Subito dopo, però, aveva incominciato a guardarsi intorno, guidato da Gigi e dagli
altri che ogni tanto gli presentavano qualcuno, così passavano i minuti e Marco trovava il
Palazzo sempre più divertente.
Ora il valzer delle teste coronate è terminato e al gruppetto si avvicina un uomo per
salutare Gigi, che subito lo presenta a Marco. Si chiama Guido, ha poco più di quarant’anni,
è un bell’uomo, statura media, fisico asciutto, capelli brizzolati, un bel modo di fare, occhi
azzurri intensi e penetranti che si fissano su Marco e sembrano volerlo avvinghiare per non
staccarsi più. Marco è infastidito, anche perché non riesce a distogliere lo sguardo da quello
di Guido, ma continua a parlare sorridendo. Nel mentre, la padrona annuncia che a breve
inizierà lo spettacolo e Guido decide di guardarlo con tutti loro. Senza farsi notare, Gigi si
avvicina a Marco e gli dice “Qui al Palazzo fa sempre colpo la novità, specie se si è ancora
giovani come te”.
“Zitto, cretino! Guido mi ha messo in imbarazzo, anche se devo ammettere che ha
fascino”.
“E anche soldi: c’è gente della nostra età che farebbe la fila per lui”.
“Bè, io no. Guardiamo sto spettacolo, visto che mi hai così tanto rotto per venire ad
ammirarlo”.
“Ti piacerà, rozzo primitivo”.
Lo spettacolo (chiamiamolo così) del Palazzo è davvero qualcosa fuori dall’ordinario.
Nel travestitismo non hanno senso le mezze misure: o si fa uno show da veri professionisti,
oppure una cosa alla buona, ma con tanta voglia di ridersi addosso. Non ha senso uno show
che vuole essere professionale senza averne i mezzi – soprattutto economici – e che vuole far
ridere con battute volgari a mò di dialogo col pubblico. Lo spettacolo del Palazzo non è così:
è naif, improvvisato, raffazzonato, ma grottesco, farsesco, imprevedibile. Non mancano
numeri più “seri”, se così si può dire, ma il massimo del trash si tocca quando l’attempato
signore in giacca e cravatta che fa da valletta introduce la coraggiosa Gina, che ha ormai
superato i sessanta, è brutta da uomo quanto da donna, ha il rossetto sempre sbavato, canta
canzoni degli anni ’30 sconosciute sbagliando regolarmente il playback e muovendo le
braccia quando se lo ricorda. I dilettanti della Corrida sono ad un livello ben superiore, ma la
Gina è convinta di piacere e si diverte come una pazza. Il pubblico è in delirio. Marco ha la
pancia in mano e applaude insieme a tutti.
Lo spettacolo continua e ogni tanto Marco gira lo sguardo verso destra, scorgendo
immancabilmente Guido, che sembra dirgli con le labbra ‘A più tardi’. E’ preoccupato, ma è
troppo educato per evitarlo: certamente il suo tatto lo aiuterà anche questa volta. Nota Gigi,
che lo guarda senza parole con un ghigno beffardo e pensa ‘Chissà perché, ma sto stronzo di
Gigi riesce sempre a indovinare cosa mi passa per la testa’. Poi lo avvolge un’ondata di
affetto per Gigi, non potrebbe vivere senza la sua amicizia e pensa che un giorno gli vorrebbe
ficcare la lingua in bocca, tanto per vedere l’effetto. Chissà che faccia farebbe. Ma poi riflette
che è meglio di no e continua a guardare lo spettacolo.
L’ultimo numero tocca sempre a Madame Carla, che come ricorda la valletta “ha
insegnato a tutte noi la classe e l’eleganza”. Madame Carla è un magrissimo ultra
cinquantenne che ricorda Bette Davis. Il suo repertorio, limitato, ma di grande effetto,
comprende la Casta diva e qualche canzone classica napoletana. Pur rugosa e travestita,
sembra proprio una regina, pur se quando fa gli acuti in playback non c’è bisogno di un
otorino per controllare le tonsille. E’vestita sempre sobriamente con lunghi abiti velati, anche
se in un numero passato la lunghezza dell’abito non era sufficiente a coprire le polacchine
carrarmate che usa d’inverno, al che, al primo lieve spostamento dell’abito verso l’alto,
qualche vecchia arpia del pubblico le ha immediatamente gridato “Carla, levati i doposci”.
Ora ha appena finito di cantare Core’ngrato, la valletta richiama sul palco tutte le star ed è un
tripudio di risa e applausi. Poi, pian piano, tutti riprendono posto o si rimettono a ballare e
Gigi si avvicina a Marco per parlargli. “Allora, uomo delle caverne, ti è piaciuta sta
messinscena?”
“Da pazzi. Non ho mai visto nulla di simile in vita mia, nemmeno nei film di
Almodovar”.
“Davvero! E…di Guido che mi dici?”
Il viso di Marco si fa più duro. “Lo sai benissimo, vecchio porco. Non posso dire quello
che puoi dirne tu”.
“Non puoi o…non vuoi?”
“Cazzo, Gigi: siamo amici da anni, non ho mai avuto niente da rimproverarti e ti
ringrazio per avermi portato qui. Mi sono divertito, ma basta così, perché non attacca”.
“Zitto! Sta arrivando, ti vorrà parlare. Che gli dici?”
“Non ti preoccupare, non sono certo cafone da trattarlo male. Tranquillo, sparisci”.
“Oh, va bene, non t’agitare”. Gigi alza le spalle e va verso Guido, sussurrandogli
qualche parola di avviso in modo che Marco non senta. “Te lo lascio, è un bravo ragazzo, ma
è un po’ scorbutico: prendilo con le molle. Ma te lo ripeto, non ce n’è. Non farmelo entrare in
crisi d’identità!”
Guido sorride, scansa Gigi con delicatezza e si avvicina a Marco per parlargli. “Ti
posso fare compagnia? Vorrei sapere la tua opinione su questa galleria di vecchie sfinite”.
“E’di un trash pazzesco, ma mi piace proprio per questo. E poi la gente è cordiale, non
come nelle discoteche, con quei ragazzini firmati fino all’osso che prenderei tutti quanti a
sberle”.
‘Energico, l’etero, ha carattere’ pensa Guido, che poi gli dice maliziosamente “A me
non prenderesti a sberle, o almeno spero”.
“E perché dovrei?”
“Perché probabilmente stai pensando che io ti muoia dietro, come dicono i ragazzini. E
so che non ci stai. E’il mio destino. Ormai quando si è una cariatide, i giovani che ti
piacciono non ci stanno e quelli che non ti piacciono si vogliono fare mantenere”.
Marco ride. “Non mi sembri una cariatide, basta che ti guardi intorno. Sei un uomo
interessante, davvero. Però…”
“Però gli uomini non ti piacciono. E che colpa ne hai? A me invece piacerebbe che
facessimo una cosa che forse non ti immagini”.
“E cioè…cosa?”
“Che diventassimo amici”.
Marco rimane per un momento spiazzato e poi risponde “Hai ragione, non me
l’aspettavo. Perché no? Come vedi, sono una persona tollerante e tu mi sei simpatico”.
“Anche tu mi sei simpatico e anch’io sono tollerante: è inutile pretendere rispetto dagli
etero se nemmeno noi li rispettiamo. Sei in macchina?”
“Sono con Gigi”.
“Dove abiti?”
“Santa Rita”.
“Io in Crocetta, se vuoi ti riporto a casa e magari prima ci fermiamo in qualche posto a
bere una cosa. Ti va?”
“Bè…”
“Che c’è? Hai già paura che ti metta le mani addosso?”
“Scusami, sono stato uno stupido”.
“Non importa, sei ancora scosso dal vestito della Carla. Andiamo a salutare Gigi”.

***

Marco e Guido sono da più di un’ora in un pub vicino a corso Siracusa. E’ tardi, c’è
poca gente e un cameriere ha tolto il cd che è andato avanti con il repeat per due volte e
mezza, sintonizzando ora la radio su un programma di musica house. Guido ha ancora nel
bicchiere qualche goccia del suo Jack Daniels. Marco ha da tempo finito la seconda birra.
Guido gli ha parlato del suo negozio di stampe e manifesti e Marco, da buon architetto e
subito interessato, l’ha tempestato di domande sui suoi artisti preferiti. Poi Guido gli ha
raccontato della sua adolescenza, delle relazioni che ha avuto con alcune ragazze (senza però
mai aver provato quello che poi ha provato più tardi, scoprendo la sua vera natura), del
rapporto con i genitori, dei tanti viaggi in Sudamerica, nell’Africa equatoriale, nell’Europa
orientale quando esisteva ancora la cortina di ferro, dei classici russi, di musica jazz. Marco
ha ascoltato affascinato - e non sarebbe potuto essere altrimenti - inserendosi ogni tanto nel
discorso e rispondendo a qualche domanda su Gigi e su come si fossero conosciuti.
Ora sono entrambi in silenzio. Guido finisce il whisky. Marco non sa cosa dire, aspetta
un nuovo discorso di Guido, che però non arriva. Guarda in aria, poi controlla le tasche del
giubbotto e poi ancora si osserva le mani che non sa dove appoggiare. E’Guido, allora, a
parlare.
“Cosa c’è?”
“Ma niente. Cioè…non so”.
“Sì che lo sai. O almeno, prova a dirlo”.
Marco esita per qualche secondo, poi si decide. “Guido, devo ammettere a me stesso
che sei molto attraente”.
“Esagerato”.
“Sai benissimo che è vero. Io è da ore che penso ‘Cazzo, se io fossi una donna, me lo
vorrei fare’, ma io non sono una donna e sta cosa mi fa star troppo male. Devi credermi, io
non ho mai avuto attrazione per gli uomini. E tutti gli amici di Gigi che conosco sono come
fratelli. Tu sei così diverso da loro, sei un uomo”.
Guido sorride. “Non farmi sentire un vecchio rudere, Marco. Anche tu sei un uomo, hai
ventotto anni”.
“Sì, ma non posso competere con te in nulla: posso solo sperare di conquistarmi con il
tempo un lavoro bello come il tuo, un carisma come il tuo, una cultura come la tua… No, non
riesco a non pensarci”.
Guido attende che Marco si calmi e continui il suo pensiero concitato, che capisce non
essere ancora finito. E infatti Marco prosegue. “Non può essere cambiato tutto per me in
poche ore. Non può essere. Io…capisco di non sapermi spiegare bene in questo momento, ma
mi sento completamente fuori di testa”.
Guido lo osserva serio, senza sorridere, né fare cenni di assenso. Intuisce che Marco
non abbia bisogno di compassione, ma di un discorso chiaro e asciutto. E glielo fa.
“Marco, stammi a sentire. Quando ti ho detto che mi avrebbe fatto piacere diventare
amici, ero sincero. Lo sarei anche se ti dicessi che quando ti ho visto mi è venuta voglia di
abbracciarti, di ficcarti la lingua in bocca e di leccarti quel culo splendido che ti ritrovi. Ma
questo è un di più, che ora non vuoi fare, o non ti senti di fare, o forse non farai mai. E’ ovvio
che tu non sia cambiato completamente in poche ore. Io però voglio dirti soltanto questo: non
bruciarti dentro per paura”.
“Che cazzo dici?”
“Dico quello che penso e non quello che vorresti sentirti dire. Provare attrazione per un
uomo non è una scelta a tavolino, né una sfida, né un gioco. E’ciò che senti. E se senti
questo, non reprimerlo. Anche perché prima o poi riaffiorerà”.
“Io non…”
“Non pensare ai tuoi genitori. Non pensare al parere degli altri. Pensa solo a te stesso.
Per me tu sei Marco e basta, non Marco che potrebbe provare attrazione per un uomo. Per te
io devo essere Guido e basta, non Guido che se fosse una donna te la faresti. Guardati dentro.
Fallo per te. Qualunque cosa tu senta, la devi vivere. E bene. In questo modo gli altri, buoni o
cattivi, non saranno un problema. Mai”.
Marco non riesce a reagire. E’tardi, è stanco ed ha provato troppe emozioni. Guido
cerca di rassicurarlo. “Io non ti obbligo a nulla. Nessuno ti obbliga a nulla. Devi essere tu
consapevole di ciò che provi”.
“Va bene. Va bene. Ma ora basta. Per favore, portami a casa”.
“Come vuoi. Ti do il mio numero, se vorrai chiamarmi”.

***

Marco entra nel suo bilocale a pochi isolati dietro piazza Santa Rita. Sono ormai le
cinque di mattina, sta quasi per albeggiare. Accende soltanto l’abatjour del soggiorno e butta
tutti i vestiti sul divano. Rimane in mutande e si guarda intorno, cercando come per sicurezza
gli oggetti appesi qua e là che aveva raccolto nei suoi pochi viaggi all’estero. Poi guarda
rapidamente uno ad uno le centinaia di suoi cd, ma non gli va di ascoltarne nessuno. Li
riguarda ancora e ogni tanto rimane fisso su qualche titolo, tra cui un cd degli anni ’80 di
Marc Almond. E’anni che non lo ascolta. Si ricorda di una canzone.
Com’era già il
ritornello? Ah, si. Tell me, if you can, what makes a man a man…
Dimmi, se puoi, che cosa
fa di un uomo un uomo. Un vecchio successo di Charles Aznavour che Almond aveva
cantato in inglese.
Che cosa fa di un uomo un uomo?, si chiede Marco in silenzio. Uomo…che parola
buffa. Gli ritornano in mente alcuni momenti d’infanzia, quando piangeva per un rimprovero
e suo padre gli diceva che bisognava comportarsi da uomo. Ma che frase del cazzo è? Che
significa?
Marco entra in crisi e incomincia a chiedersi perché lui dovrebbe essere un uomo. Forse
perché si porta a letto delle ragazze da quando aveva sedici anni? Anche Guido da giovane lo
aveva fatto, poi non più. Allora vuol dire che Guido non è un uomo? E perché? Quelle
vecchie checche che ha visto poche ore fa con rossetto e parrucca non sono uomini? O forse
lo sono quando si tolgono i vestiti da donna? Perché i gay non dovrebbero essere uomini?
Forse lo sono di più quelli che a letto fanno il ruolo dell’uomo? E perché gli altri dovrebbero
esserlo di meno? Oddio, ma non sarà allora che i gay sono uomini proprio perché amano altri
uomini? E quindi Marco si sente un uomo perché…perché…
“No! No! No!” urla disperato Marco nel vuoto. Un urlo spaventoso quanto assurdo.
Corre in bagno a specchiarsi. Si osserva gli occhi scuri che guardano oltre la parete e portano
la mente là dove non vorrebbe. Pensa a Guido, non riesce a cambiare orizzonte. Rimane
inchiodato in quell’espressione per qualche minuto. Infine, senza poter opporre resistenza,
qualcosa nel suo corpo non rimane più immobile. E’ la prova decisiva.
Marco esce dal bagno e si butta sul letto a pancia in giù, coprendosi il viso con le mani.
E’ troppo sconvolto per riuscire a dormire e non ha la lucidità necessaria a cercare di capire.
Si sente come in un limbo, spera che duri poco. Fuori c’è l’alba. Gli uccellini appoggiati ai
rami cantano il loro buongiorno.

***

Guido è arrivato da poco a casa. Oggi in negozio le cose sono andate abbastanza bene.
E’riuscito pure a vendere un manifesto di Francis Picabia che aveva in negozio da anni ad
una signora snob e ammuffita, tutta giri di perle e golfini di cashmere. Gliel’aveva venduto a
dieci euro in meno del prezzo, pur di non averlo più tra le palle. Come faceva un manifesto
surrealista a piacere ad una così. Ah no, era per suo nipote, che magari l’avrà già ficcato in
cantina. Guido va avanti e indietro dalla cucina, controllando il tempo di cottura di un arrosto
nel microonde e fischiettando un brano di Keith Jarrett che sta ascoltando in stereo.
E’passato quasi un mese da quella serata al Palazzo, dall’incontro con Marco. Guido
aveva saputo qualche notizia di lui da Gigi, curiosissimo perché Marco non gli aveva
raccontato nulla e rifiutava qualsiasi suo invito. A Guido era sembrato un comportamento
normale e aveva pregato Gigi di non dire nulla a Marco, né di insistere, perché probabilmente
stava cercando dentro di sé le risposte, che peraltro sarebbero potute anche non arrivare.
Di Marco gli erano piaciuti gli occhi scuri e profondi, il sorriso timido, il fisico
morbido, la voce chiara e ben impostata, i modi educati, il desiderio di conoscere. Ed anche,
perché negarlo, l’attrazione che provava per lui, anche se contro la volontà di Marco, anche
se quest’attrazione era costellata da molti punti interrogativi.
Il tempo scorre. La vita è troppo corta per non saperla vivere. Eppure pochi capiscono
questi concetti che a Guido sembrano così semplici. Ogni tanto però, Guido sentiva gli
avvenimenti e anche stavolta non si sarebbe sbagliato. Il cellulare, appoggiato sul tavolo del
soggiorno, squilla. Corre a prenderlo per rispondere.
“Pronto”.
“Ciao, sono Marco”.
Guido non si fa trovare sorpreso. “Ciao Marco. Aspettavo la tua telefonata”.
“Come? Oggi?”
“Oggi o domani, tra un mese, oppure un anno. Comunque la aspettavo”.
“Hai ragione, come sempre. So che chiamo un po’ tardi, ma forse non hai ancora preso
impegni per stasera”.
“No, son tornato da poco e non ho nulla da fare”.
“Ti va di cenare insieme?”
Guido lancia un’occhiata all’arrosto un po’ rinsecchito che sta girando sul piatto del
microonde e non ha dubbi a buttarlo nell’immondizia. “Ok. Dove mi porti, visto che ho
l’onore di essere invitato da te?”
“Non prendermi per il culo. Va bene all’Hermada?”
“Carinissima”.
“Pensavo non ti piacesse. Avevo l’impressione che frequentassi soltanto locali
superchic”.
“Guarda che io sono un grande cliente di osterie di campagna, perciò per me l’Hermada
è fin troppo”.
“Ok. Ti passo a prendere alle nove?”
“Però! Mi fai anche da chauffeur?”
“Smettila. Guido, io…sono un po’ agitato. Ti vorrei dire tante cose, ma non so da dove
cominciare”.
“Cominceremo da un buon bicchiere di Nebbiolo e non da un cellulare. Senti, io devo
lasciare un dvd alla videoteca in corso Turati, dietro al Mauriziano. Hai presente?”
“Sì”.
“Perfetto, ti aspetto lì alle nove. Ora però ti devo lasciare, perché se no non ho il tempo
per restaurarmi. A dopo”.

***

L’Hermada non tradisce mai. Buffet di antipasti caldi e freddi, agnolotti alla vecchia
maniera, carne alla brace, ottimi rossi delle Langhe. Marco e Guido sono in estasi e ormai
alla seconda bottiglia. Hanno parlato entrambi molto, anche se di cose banalissime: che
cos’hai fatto in questo mese, sei andato al cinema, e così via. Guido non aveva fretta di capire
il vero motivo per il quale Marco l’avesse invitato a cena, ma son passate quasi due ore di
allegre chiacchiere e forse è arrivato il momento di dare una sterzata. L’occasione arriva
quando Marco gli chiede “Cosa prendi di dolce?”
Guido, senza esitare, risponde “In mancanza di te, mi accontenterò di una millefoglie”.
La risposta ha su di Marco l’effetto di una scossa elettrica. Diventa serio, corruccia la
fronte, aspetta a parlare quasi come stesse studiando l’attacco migliore. Infine, sorprendendo
Guido, si mette a cantare, abbastanza stonato, il ritornello di una canzone in inglese.
“Tell me, if you can, what makes a man a man…”
Guido lo guarda sconcertato, poi gli viene in mente questo brano, anche se lo ricorda in
francese. “Ma…è Aznavour”.
“Sì, però in inglese. Marc Almond. I Soft Cell. Tainted love. Non ci siamo, eh?” Marco
parla a scatti, come un robot. “Vuol dire: dimmi, se puoi, cosa fa di un uomo un uomo”.
“Bella domanda. Ci hai pensato?”
“Non ho fatto altro da quando ci siamo conosciuti. Ho pianto, ho urlato, mi sono
incazzato, mi sono bruciato lo stomaco, ma è tutto inutile. Sono qui. Guido, io ti desidero.
Perché, credimi, proprio non lo so. Ma è così”.
Guido gongola come un gatto che ha rubato un trancio di tonno, ma prova ad essere
come sempre razionale e prende tempo. Sa che la strada ora è più agevole, ma ancora in
salita. Marco prosegue.
“Nessuna ragazza mi ha mai conquistato come te. Forse perché a pensarci bene io le
ragazze le ho sempre scopate, ma non le ho mai amate. Ad alcune ho fatto anche del male,
lasciandole senza tanti complimenti. Mi vergogno molto per averlo fatto. Ed ora sono qui a
cena con te…non ci posso ancora credere”.
“Nemmeno io”.
“Perché dici questo?”
“Perché voglio che tu sia sicuro”.
“Io sono sicuro. E’ da un mese che penso a te. Non è facile accettarlo, se è ciò che mi
chiedi. Ma è la verità. Però non mi piace nessun altro uomo, mi piaci solo tu”.
“Meno male: non mi va di essere cornuto. Dai, scherzo. Sono contento che ti sia deciso,
soprattutto per te”.
Marco sta per piangere, poi guarda Guido che gli sorride e allora scoppia in una risata
liberatoria, senza controllo, anche se nell’allegra caciara dell’osteria passa in secondo piano.
Guido ride insieme a lui e lo lascia sfogare. Passa una cameriera con un vassoio pieno di
tazzine di caffè. Sorride anche lei. Ha capito tutto e guarda Marco, facendo un gesto come a
dirgli ‘Beato te che stai con un uomo così sexy’. Marco è colpito. Guido gli dice “Hai visto
che non bisogna avere così paura degli altri?”
“Hai ragione. E…ora? “
“Ora, caro mio, ti manca la pratica”.
Marco si aspettava prima o poi queste parole. Perde il sorriso e rimane di ghiaccio.
Guido è pronto a tranquillizzarlo. “Stai calmo, guarda che non voglio arrivare subito fino in
fondo e ciao: ci sono mille modi per stare bene insieme”. Gli accarezza le dita, Marco rimane
rigido, si affretta a scusarsi. “Io…non so che fare”.
“Ti ho detto di star calmo. Andiamo via, stiamo da soli, lasciamo gli altri ai loro
pensieri. Tutto verrà da sé. E poi, guarda che ho una bella responsabilità”.
“Cioè?”
“E’ la tua prima volta. Molto dipende anche da me. Marco, tu per me non sei un
capriccio, né un’avventura”.
“Davvero?”
“Non credere di scaricarmi presto, ragazzino”.
“Dai, stupido! Andiamo via, salutiamo la cameriera, facciamo un bell’inchino a tutti
quanti e mandiamoli affanculo”.

***

Marco sfreccia per corso Casale e cerca di scaricare la tensione alla guida. Non ha
acceso l’autoradio e quasi non parla. Vorrebbe, ma non riesce, voltarsi verso Guido per
strizzargli l’occhio, cingerlo col braccio ai semafori rossi, mettergli la mano vicino alla sua
sulla leva del cambio. Tutte cose che faceva con le ragazze e che ora non gli vengono
naturali. Ogni tanto si guardano in silenzio, ogni tanto si sorridono. Marco è teso, ma conscio
che nessuno lo ha costretto a riaccompagnare Guido a casa e salire da lui per continuare la
serata. E’ ciò che vuole, non immagina ancora come vada a finire, ma è comunque certo che
Guido si sarebbe comportato nel modo migliore.
Marco trova posteggio dopo averlo cercato per qualche minuto. I due si guardano,
scendono dall’auto e camminano per qualche isolato, poi finalmente Guido si ferma e apre il
portone di un palazzo di fine’800 in corso Re Umberto. Salgono in ascensore. Guido
schiaccia il bottone dell’ultimo piano. ‘Un attico’ pensa Marco. Chissà se lui, con quei cazzo
di disegni che progetta, sarebbe mai riuscito ad abitare in un attico. Guido apre la porta di
casa e accende un paio di luci, spalancando davanti agli occhi di Marco un salone con mobili
e oggetti déco alternati a divani moderni e colorati. Un ambiente caldo e rilassante. Guido gli
offre da bere, Marco chiede un bicchiere di porto rosso e si siede sul divano. Guido si prepara
un whisky con ghiaccio ed esce in terrazzo. La sera è fresca, il cielo limpido, la vista
splendida, sulle mille luci che punteggiano la collina come fosse un presepe.
Marco raggiunge Guido in terrazzo e gli si mette a fianco. Si appoggia sulla ringhiera e
rimane in silenzio a fissare le luci.
“Com’è bella Torino dall’alto”.
Guido sorride, appoggia il whisky per terra e delicatamente si mette dietro Marco e lo
cinge con le braccia. Marco ha un sussulto, ma cerca di non pensarci. Guido gli massaggia il
collo, scende con i polpastrelli lungo la schiena, poi risale, gli sfiora le orecchie, gli appoggia
il naso e le labbra contro la nuca. “Rilassati…tieni il collo morbido…bravo, così”. Marco
incomincia a sciogliersi, ad abbandonarsi, a rispondere agli stimoli. Pian piano si volta e
l’esplorazione ricomincia uno di fronte all’altro. Tra poco arriverà il momento di rientrare in
casa per stare più al caldo.

***

Dopo cena a casa di Marco. Il caffè è pronto e il padrone di casa lo serve a Guido
sul tavolino di fronte al divano. Sono passati tre mesi dalla loro prima volta e i due stanno già
facendo i primi bilanci. Marco è sempre più soddisfatto del rapporto, sta
accettando la sua nuova condizione e a letto non deve più star sopra Guido per far finta di
essere con una bella bionda. Guido ha dimostrato molta pazienza e molto affetto per aiutarlo,
ha capito fino in fondo che quella per Marco non fosse una cotta passeggera e ha fatto di tutto
per trasformarla in una storia con tantissime pagine ancora da scrivere. In questi tre mesi,
sono stati insieme per molto tempo, hanno trascorso domeniche in montagna e in costa
Azzurra, hanno visto un paio di prime al cinema e una mostra al castello di Rivoli, hanno
ovviamente fatto sesso a casa di uno o dell’altro, ma soprattutto hanno parlato tanto, delle
loro vite, delle loro esperienze, delle loro emozioni. Sono diventati amici, come Guido aveva
chiesto quella sera al Palazzo, come raramente una coppia diventa. Ed ora, da amico prima
che amante, Guido vuole sondare il terreno per provare a compiere un passo in più.
“Marco, oggi sono un pò triste”.
“Perché? Non me n’ero accorto, che cos’hai?”
“Nulla di grave, ma ogni tanto mi sento solo”.
“Ma come? Siamo insieme da tre mesi, ci vediamo quasi tutti i giorni, ci scriviamo mail
e sms come due fidanzatini del liceo! Mi fai male a dirmi così”.
Marco, come spesso accade, prende subito fuoco, ma Guido è pronto a gettare acqua sul
suo compagno un po’ permaloso.
“Non te la prendere, non è colpa tua. Sai, ora che abbiamo capito di essere una coppia,
sto pensando al futuro”.
“Vorresti dire che…”
“Marco, io non ho più vent’anni. Forse per te è ancora presto, è ancora tutto nuovo. Ma
io vorrei far colazione con te, rientrare dal negozio e vederti quando apro la porta, dormire
insieme non soltanto nel weekend, decidere se cambiare poltrone in salotto perché siamo
stufi di vedere sempre le stesse. Hai ragione, forse corro troppo”.
Marco fissa Guido intensamente. E’ la prima volta in tre mesi che lo vede in difficoltà e
provvede a venirgli incontro. “Se mi stai chiedendo di lasciare questo buchetto per vivere
insieme a te…bè…non ci avevo ancora pensato con così tanta voglia, forse perché, come dici
tu, per me è ancora tutto nuovo. Però, non credo ci metterei molto a dirti di sì”.
“Stai scherzando?”
“E perché? Ti sembro scherzare?”
“Marco, guarda che è un passo importante, ti potresti stufare, potresti avere nostalgia
dei tuoi spazi, è vero che io col negozio sono spesso fuori, ma…”
“Basta – Marco gli tappa la bocca – non gettare la pietra per poi nascondere la mano.
Mi hai fatto una domanda e io ti ho risposto. Ora sono cazzi tuoi, da domani mi aiuti a fare i
pacchi”.
“Non prendermi in giro”.
“Non sono mai stato così serio”.
“Lo spero, lo spero tanto. Vieni qui”.
Marco abbraccia Guido con forza e capisce che anche lui ha bisogno di certezze e di
conferme come chiunque, anche chi in apparenza è più forte e più impermeabile. Marco non
è più il ragazzo da proteggere e da custodire nel guscio. E’ un uomo che ha deciso di vivere
con chi lo ha messo di fronte ad una nuova realtà, lo ha aiutato ad intraprendere un cammino,
gli ha spiegato come affrontare gli altri a testa alta e, soprattutto, gli ha insegnato che non è
sempre ciò che si pensa che fa di un uomo un uomo.
 
postato da davideracconti alle ore 13:25 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: racconto, incontri, torino


venerdì, 20 marzo 2009

Luci al neon (racconto)

                                                                                    Vorrei una discoteca labirinto
                                                                                    bianca senza luci colorate
                                                                                    grande un centinaio di chilometri
                                                                                    dalla quale non si possa uscire
                                                                                 
                                                                                    Subsonica
 
 
 
         Stasera Gilda è riuscita a non dover aspettare per forza la chiusura di Wall Street. Il turno è coperto a sufficienza e ha chiesto un’ora di permesso. Per oggi gli indici di New York possono tranquillamente andare a farsi fottere.
Mancano cinque minuti alle nove. Potrebbe già spegnere il pc e infilarsi il cappotto sportivo che ha da poco preso in saldo, ma non lo fa. Tutte le sue colleghe di turno lo farebbero, lei no. Irreprensibile sul lavoro, mai un richiamo, mai una disattenzione, mai una telefonata personale. Rapporti di estrema cortesia con tutti, ma fuori da quell’open space asettico al quinto piano della Borsa di Milano li dimentica fino a quando li rivede il giorno dopo.
Dà ancora una rapida occhiata a un paio di quotazioni fluttuanti. Tutto comunque nella norma. Alza gli occhi un secondo dallo schermo e puntualmente scorge a una decina di metri quel porco del suo capo che la sta osservando. Flavio ha per lungo tempo provato a corteggiarla, quasi per un anno da quando Gilda è entrata in Borsa. Tutto sommato con discrezione, senza spingersi a livelli pericolosi di mobbing. Era facile capire che lei non sarebbe stata zitta. La sua condotta non le viene però naturale, non è nella sua indole essere completamente impenetrabile a qualsiasi stimolo da parte dell’ambiente sociale che la circonda. Niente affatto. Ma ha deciso così. Sono ormai passati quattro anni dal suo primo giorno di lavoro e nulla da quel giorno è cambiato.
Diplomata in ragioneria, ha provato per un anno a frequentare legge, ma ha quasi subito preferito un po’ di soldi in tasca. In Borsa fa un lavoro a turni, anche se riesce spesso a fare l’orario dalle due alle dieci di sera, cambiando turno con le colleghe sposate che vogliono entrare in ufficio la mattina presto. Il lavoro le va bene così com’è. Ha soltanto venticinque anni, ma non gliene frega niente di fare chissà quale carriera o di cambiare settore. Si è costruita il suo piccolo microcosmo fatto di regole, di abitudini, di formalità e non ha nessuna intenzione di rinunciarvi.
Alta, slanciata, fisico da modella. Capelli bruni lisci, lunghi fino alle spalle. Occhi scuri. Viso dolce, anche se è quasi impossibile in ufficio strapparle un sorriso. Seno piccolo e ben fatto. Fianchi morbidi. Un trucco essenziale. Camicia da uomo con i primi due bottoni aperti. Pantaloni affusolati. Scarpe con poco tacco. Un piccolo ciondolo d’oro al collo e un orologio, sempre da uomo, al polso destro. Sobria, ma sexy. In ufficio, non soltanto Flavio ha provato ad entrare nel suo mondo, ma la risposta è sempre stata la solita. Migliaia di inviti al cinema, al ristorante, a prendere un aperitivo nei localini trendy vicino alle colonne di San Lorenzo. Tutti rifiutati, ma con gentilezza. Fuori dall’ufficio, divide un appartamento in zona Paolo Sarpi con Chiara, un’amica di famiglia. Strano per Gilda abitare nella chinatown milanese, ma Chiara, che è cresciuta insieme a lei, fa la grafica in una web agency in Brera, è estroversa di natura e loro due si sono sempre completate a vicenda. Quando Chiara l’ha invitata a vedere quell’appartamento in una casa di ringhiera, con i soffitti a volta, i finestroni ampi, due camerette ideali per stare in pace e un living dove condividere i loro segreti, Gilda ha accettato subito. Si è sentita molto in Thelma e Louise. Hanno anche preso un gattino completamente nero abbandonato al parco Sempione. L’han chiamato Dino. E’sembrato a tutte e due un nome abbastanza buffo per quella piccola peste più nera del carbone.
Le nove in punto. Gilda spegne il pc, si infila il cappotto, saluta chi è rimasto con un incolore “Ciao a tutti, a domani” e attraversa l’open space con la sua andatura leggera, come si muovesse su un tappeto di piume d’oca. Uscita dalla stanza, la sua collega Miriam guarda Flavio e gli dice “Ma quella ce l’avrà una vita?”
Flavio alza le spalle. “Per me ce l’ha eccome, ma non lo sapremo mai. Porca troia”.
 
 
***
 
 
Gilda apre la porta di casa. Chiara è già arrivata, ha preparato cena e l’ha aspettata per mangiare insieme.
“Cazzo, Gil: era ora! Sto morendo di fame. Come stai, brutta stronza?”
“Stavo bene finché non ti ho vista. Che c’è da mangiare, la tua solita pasta scotta?”
Gilda e Chiara si parlano così dai tempi delle superiori. Fanno finta di insultarsi e si danno i peggiori nomi possibili, perché son talmente amiche che prendono tutto per gioco. Dino si sta strusciando contro le gambe di Gilda, che lo prende in braccio e lo bacia, poi lo appoggia sul divano, si sciacqua le mani in fretta, si siede a tavola e incomincia a rilassarsi. Sta assumendo poco alla volta la sua nuova personalità, quella della ragazza di venticinque anni che convive con una sua coetanea.
“Com’è andata al lavoro, Gil?”
“Come al solito”.
“Qualcuno ti è saltato addosso?”
“Ma figurati. Tutti sanno che non ce n’è”.
“Come fai a resistere non lo so. Non mi parli mai di loro: ce ne sarà pure qualcuno carino”.
A differenza di Gilda, Chiara non è particolarmente attraente, ma il suo modo di fare ogni tanto le porta buoni risultati, che a lei però non bastano mai. Inoltre, è da un po’ di tempo che cerca una storia, ma ha un fiuto particolare per i ragazzi che scappano dopo la seconda volta che li rivede. Non se ne dà pace.
Gilda le risponde “Sì, ce n’è qualcuno carino, ma anche ci fosse Raoul Bova gli direi di no”.
“Sì vabbè, vallo a raccontare a tua madre!”
“Te lo giuro. Nessuno in quel postaccio deve immischiarsi nei cazzi miei. Nessuno deve sapere quello che faccio fuori di lì”.
“A proposito, stasera che fai? E’ mercoledì”.
“Infatti. Lo sai dove sono, no?”
Chiara sorride. “Già, è vero. Lo so dove sei”.
“Vuoi venire? Entri e bevi gratis”.
“Manco morta! Non fa per me, con tutti quegli animali”.
“Non è vero, magari all’inizio fanno gli stronzi perché non ti conoscono, ma se metti subito le cose in chiaro, ti rincorrono con le orecchie basse”.
“Sarà…però non hai trovato nessuno che volesse continuare”.
“Perché non l’ho mai cercato. Per ora mi va così”.
“Ma non corri il rischio di trovare qualcuno dell’ufficio?”
“No, loro non sono in quel giro. Non se lo possono permettere. E basta con tutte ste domande, Chiara! Fai la moralista?”
“Io? Ti sembro il tipo? Fai quel che vuoi, mi preoccupo solo per te. Qualcuno lo deve fare”.
“E perché?”
“Perché ti voglio bene, stupida. Ogni tanto ho paura per te”.
“Chiara, so quel che faccio. Mi conosci da una vita. E’ un gioco. Se non gioco adesso, quando lo farò? Stai tranquilla. Vuoi il caffè?”
“Non mi va. Ok, scusami”.
Gilda sorride, si alza dal tavolo e va in camera sua. Si spoglia in fretta e fa ancor prima a scegliere dall’armadio i vestiti per uscire di casa. Entra in bagno a farsi una doccia veloce. Si spalma con cura una crema per il corpo e poi, davanti allo specchio, acqua, sapone e nuovo trucco, ora ben più evidente del rossetto leggero e del fondotinta da ufficio. Possiede però una classe e una grazia che non la fanno sembrare mai volgare. Non lo sarebbe nemmeno con calze a rete e un completino nero in lattice. L’ultima passata di matita per le labbra, ancora un’aggiustata alla frangia. Si accarezza i capezzoli con le dita e si osserva eccitata. Lo specchio non mente mai, come gli ubriachi. E Gilda è ubriaca d’amore per se stessa.
Ritorna in camera e incomincia a vestirsi, indossando con cura un intimo di pizzo grigio scuro, un body nero, jeans strappati, stivali da cowboy di Gucci. Si rispecchia con soddisfazione. “Chiara, come sto?”
“Strafiga come sempre”.
“Bene, vado. Ciao piccola, ciao Dino”.
Gilda si infila un piumino ed anche un cappotto di lana. Fa freddo e deve uscire in scooter. E’pronta per un’altra lunga notte, tanto domani andrà come sempre in ufficio per le due e quindi dormirà almeno fino alle undici. Ed è pronta per un altro cambio di personalità. La notte trasgressiva dei privé la sta aspettando e lei, puntualmente, sta arrivando anche stanotte all’appuntamento.
 
 
***
 
 
Don’t you know pump it up, you’ve got to pump it up…
La musica pompa eccome, alla grande. Gilda è una pantera sul cubo del privé di uno dei locali più esclusivi di Milano. Balla seguendo il ritmo estremo della house, muove i fianchi strizzati nei jeans, fissa per pochi secondi ogni uomo che balla in pista ai suoi piedi. Sorride con malizia, poi alza gli occhi al cielo e si ributta nel ritmo. E’passata quasi mezz’ora da quando ha fatto la sua prima apparizione nella bolgia del privé, tra poco si darà il cambio con un’altra ragazza.
Martedì, mercoledì e giovedì sono le notti in cui Gilda lavora in discoteca. Mai nel weekend: troppo casino, troppi ragazzini, troppi impasticcati che non sanno reggere, anche nei locali più chic come questo. Mercoledì è la serata perfetta. C’è la gente giusta per lei. Uomini ben vestiti, palestrati e che non hanno problemi ad offrile un tiro di coca e magari a finire la serata a champagne a casa loro. E’da un paio d’anni che Gilda fa questa vita a metà tra l’ufficio e i locali. Ha iniziato per caso, glielo aveva proposto una sua amica che aveva conosciuto all’università, portandola in un club frequentato solitamente dal mondo della moda. L’ha fatto per reagire ad una storia di un anno con un ragazzo che ha amato molto, forse troppo. Ha accettato per gioco, pensando che la prima volta fosse anche l’ultima. Si sbagliava. Ha fatto anche qualche sfilata, ma non se l’è sentita di andare in giro per il mondo, rischiare l’anoressia e dover magari accettare compromessi. In discoteca si diverte di più e può scegliere i partner che vuole, ma soprattutto rifiutare quelli che non vuole.
Da allora non si è più innamorata. Non ha più pensato ad esserlo. Gode del potere che le dà ballare e aggirarsi con un bicchiere in mano tra trentacinquenni vestiti Armani, con una casa sul lago e freschi di pulizia del tartaro. Non tutti, comunque, sanno parlare soltanto della nuova classe di Mercedes. Non tutti la cercano per spogliarla in camera loro due ore dopo averla conosciuta in discoteca. Con Paolo, che ha salutato dieci minuti fa, è amica e frequenta la sua compagnia nei weekend. Paolo è sposato da tre anni, ma ogni tanto cerca di evadere dalla routine, senza spingersi molto più in là del lecito. Uomini come altri, magari più ricchi di altri, forse più sciocchi di altri, ma in fondo uomini, attratti dal desiderio come, chi più chi meno, chi in un modo chi in un altro, tutti quanti.
Gilda si dà il cambio sul cubo con Mary. Corre subito nel bagno di servizio a tamponarsi il trucco e darsi una pettinata. Appena esce dal bagno, trova già appostato sulla porta un tizio un po’ sospetto che le punta le tette senza possibilità di equivoco. Gli sorride, perché è un cliente, ma tira dritto. Il tipo sa che non la può fermare con la forza, perché si sarebbe trovato addosso tre buttafuori: regola ferrea, anche per i clienti abituali. Gilda scorge Paolo su un divanetto e va a salutarlo. Si siede e lui le presenta un paio di amici: uno di questi è molto attraente, si chiama Diego.
Gilda non lavora tutta la sera sul cubo, ma fa soprattutto immagine. Gira per il club, parla, sorride. Fa insieme ad altre ragazze buona pubblicità al locale. Può quindi concedersi un quarto d’ora al divano con Paolo e i suoi amici. Diego sembra molto interessato e incomincia a farle domande, ma con discrezione e cortesia. Tutti gli amici di Paolo si comportavano più o meno così. Gilda gli dice subito del lavoro in Borsa e di questi “extra” per concedersi qualche sfizio in più. In fondo all’anima, è una ragazza borghese, che ha scelto di lavorare la notte nei locali per gioco, ma che ancora oggi dopo un paio d’anni sente di doversi giustificare e si nasconde al mondo intero in uno scantinato con la musica a volume folle.
Diego non mostra il minimo disappunto e la segue con attenzione. E’vestito semplicemente, con una camicia bianca, Levi’s grigi, mocassini neri accollati. Al polso ha un Breil degli ultimi, di forma rettangolare: niente a che vedere con i Rolex o gli IWC dei partner abituali di Gilda. Ha trent’anni, è agente immobiliare. Un ragazzo come tanti, ma con qualcosa in più di altri. Si capisce che non è nel “giro” abituale e che stasera ha voluto seguire Paolo per cambiare ambiente. E’alto, dinoccolato, con un sorriso aperto, sbarbato, lineamenti decisi, occhi verdi che ogni tanto, nel buio del privé rischiarato dalle luci al neon azzurrate, ricordano a Gilda quelli di un gatto. ‘Ha gli stessi occhi di Dino – pensa – e se non parlasse e non sorridesse, mi guarderebbe proprio come fa lui’.
Gilda non riesce a distogliere lo sguardo da Diego, ma decide di tagliare corto e dice a Paolo “Devo tornare a lavorare. Faccio un giro insieme a Silvia, mi sposto con lei vicino al bar”.
“Ma quando torni qui da noi?”
“Non lo so, tanto mica scappate subito, no?”
Diego è pronto a inserirsi e a dire “No, noi non scappiamo. Non lo fare neanche tu” e le sorride con un misto di erotismo e furbizia.
Poche ragazze sarebbero rimaste insensibili di fronte ad un sorriso così intenso. Gilda non è tra queste.
 
 
***
 
 
Diego abita vicino a Porta Genova, in un appartamento che gli aveva lasciato in eredità una sua vecchia zia. La casa è arredata con gusto. Moderna, senza fronzoli, ordinata. Certamente i mobili originali erano stati regalati oppure piazzati a qualche rigattiere. Offre da bere a Gilda e accende a volume bassissimo lo stereo, mettendo il primo cd di musica lounge che gli è venuto a tiro. Si siede sul divano accanto a lei e la guarda senza parlare, accarezzandole i capelli e le labbra. Sono quasi le quattro di mattina. Gilda sta per abbandonarsi. Sente di aver conosciuto una persona diversa dal solito, ma non vuole per il momento pensare a ciò che potrà accadere dopo questa sera. Diego la guarda sempre più intensamente, quasi in modo imbarazzante. Poi si alza e incomincia a sbottonarsi la camicia, che getta sul pavimento. Un torace asciutto, pettorali sodi, ma non gonfi, i segni degli addominali che spuntano appena. Un fisico da karateka. Tende la mano a Gilda, lei si alza e si fa guidare. Diego la appoggia sul letto e inizia a baciarla con foga, quasi non facesse l’amore da anni. Gilda è stupita, ma eccitata.
In un attimo, Diego si blocca, si alza dal letto e apre un cassetto del comodino. ‘Così presto?’ pensa Gilda, ma lui non prende dal cassetto ciò che lei crede. La guarda e le sorride, tenendo nella mano destra un paio di manette. Gilda si copre d’istinto con il lenzuolo. Vorrebbe urlare, ma non lo fa.
Diego non si scompone e le dice “Non l’hai mai fatto?”
“No”.
“Hai paura?”
“Non lo so, è che…da te, poi…non me lo aspettavo”.
“Se non vuoi, non ti obbligo. Non costringo mai nessuna, perché dev’essere eccitante per tutti e due. Sei libera di rifiutare…come di accettare”.
“Non possiamo parlarne?”
“Ora no. Se vuoi, ne parliamo dopo, o domani sera, o non so quando. Ora devi solo dirmi di sì o di no”.
Gilda fissa Diego per un buon minuto. Lui continua a sorriderle, come a incoraggiarla, rimanendo immobile. Finalmente lei gli risponde.
“Paolo non saprà niente, vero?”
“No, Paolo non saprà niente”.
 
 
***
 
 
“Gil, ma sei impazzita?”
“Chiara, non capisci. Lui è così eccitante. Se lo conoscessi, cambieresti idea: è proprio il tuo tipo”.
“Non è certo il mio tipo uno che la prima sera mi ammanetta e la seconda mi lega. Hai pensato fin dove può arrivare le prossime volte che vi vedrete per scopare?”
“Non mi costringe a far nulla, se non voglio”.
“Ma ci proverà sempre. E dopo il tuo terzo rifiuto, ti scaricherà. Te lo dico io. Questo come minimo frequenta le feste sadomaso”.
“E anche se fosse? Io lavoro tre giorni a settimana in un club privé, mi ha conosciuta là dentro. Non posso certo pretendere che lui sia un santo. E poi mica stiamo insieme”.
“Sì, certo. Ti conosco, Gilda: andrai a finir male come quando ti sei innamorata di quello stronzo di Massimo. Tutto casa e lavoro, finché non hai scoperto che se ne andava la sera a rimorchiare i trans”.
“Ora basta! Ma è possibile che per te le mie storie devono essere tutte uguali a quella con Massimo?”
“Scusa, ma mi sembrano due persone con molte cose in comune”.
“Sei gelosa, Chiara. Questa è la verità, ma non lo vuoi ammettere”.
“Ma sei scema? Adesso dobbiamo litigare per uno che hai conosciuto una settimana fa e di cui non sai un cazzo?”
“Vaffanculo, Chiara”.
 
 
***
 
 
“Piano! Attento a non lasciarmi lividi, poi come faccio a lavorare?”
“Che palle! Le mie schiave sono ben diverse da te”.
“Bello, io non sono la tua schiava. E poi come parli? Sei il solito maschilista”.
“Non è vero, ci sono tanti ragazzi schiavi di ragazze padrone. Non è questione di sesso, soltanto di ruolo”.
“Bè, io sono stufa di questo ruolo”.
“Ma se si vede a un chilometro che ti piace…dì la verità”.
Gilda si scoccia. “Basta, mi hai davvero rotto. Chi cazzo credi di essere?”.
Diego perde la calma. “Chi cazzo credi di essere tu, Gilda! Forse stai pensando di poterti comportare con me come con quelli che conosci quando lavori in discoteca. Io non sono come quelli. Io non sono ipocrita come Paolo, che dice a sua moglie che va a giocare a biliardo e quando torna a casa fa finta che il cellulare si è scaricato. Io non sono uno di quelli che ti porta a mangiare sushi e ti riempie di complimenti, per poi fare la stessa cosa con un’altra la sera dopo. Tu puoi fare quello che ti pare con questa gente, non sono certo io a impedirtelo. Ma con me non lo fai”.
Silenzio. Gilda guarda Diego in segno di sfida, ma lui non abbassa minimamente lo sguardo. Lei non sa cosa dirgli, ma sa che lui ha ragione. Era da anni che Gilda non provava un’attrazione simile per un ragazzo, altrimenti non si sarebbe prestata da più di un mese ai suoi giochi, che tutto sommato non le dispiacevano poi più di tanto. Diego ha ragione: lei si è troppo abituata ad essere corteggiata e accontentata in ogni sua richiesta. Non le ha fatto bene, non si è più confrontata con un mondo diverso. E Diego è diverso. Gilda ne è stata attratta forse anche per noia. Ormai lavorare nei club è per lei una routine uguale alle sette ore che fa ogni giorno in Borsa. Certo, una routine più piacevole, ma sempre con una punta di noia. Non ci aveva mai pensato fino ad ora. E adesso è alle prese con un amante del bondage e delle pratiche sadomaso. Sicuro di sé, orgoglioso quanto lei. Non vuole perderlo, ma non sa come portarlo un po’ di più dalla sua parte.
Gilda sta ripetendo a mente le parole che Diego le ha gridato pochi minuti fa. Si ricorda di un paio di affermazioni chiare, precise. In particolare di una. Decide di provare a ripartire da quella.
“Cosa vuoi dire veramente quando dici che non sei come quelli?”
Diego riflette. ‘Furba, la ragazza’, pensa. Anche lui non è così scanzonato come vuol far credere. Anche lui, però, è innamorato di se stesso come Gilda. E’ una bella sfida tra due egocentrici, che si piacciono e che allo stesso tempo non vogliono indietreggiare troppo sulle proprie posizioni. Entrambi giovani, entrambi con la paura di impegnarsi troppo, per poi magari rimpiangere in futuro il tempo perduto. Entrambi, alla fine, poco sinceri con se stessi. Diego accetta comunque il confronto e prova a spiegarsi.
 “Gilda, io non sono un ipocrita. Te l’ho detto prima. Frequento feste di un certo tipo e godo quando faccio il Master. Non è un segreto. Ma cazzo, è un gioco di ruolo, non una guerra. Mi eccita. E se tu non mi eccitassi, non ti avrei mai voluta conoscere. Capisci cosa voglio dire?”
“Ma quanto contano i giochi e quanto io?”
“E’ un mix. Ti ho vista, mi sei piaciuta e ti ho immaginata in certe situazioni. Sono due binari che si incrociano”.
“E non ne puoi fare a meno”.
“Non ne voglio fare a meno. Mi piace e non costringo nessuna, lo sai bene. Non vedo tutti questi problemi”.
“Il problema sono io, Diego. Io non so fin dove vuoi arrivare. Io non ho il controllo sufficiente in questa situazione. E la cosa mi spaventa”.
“Perché ti spaventa? Forse perché…dì la verità, ti senti più coinvolta di quanto vorresti? O di quanto avessi pensato?”
Gilda fa cenno di sì con la testa. L’ha detto. O meglio, l’ha mimato. E’riapparsa, seppur timidamente, la sua ulteriore personalità di ragazza che esprime i propri sentimenti. Diego non ne è sorpreso e rilancia.
 “Ma quanto sei coinvolta? Non lavoreresti più nei club?”
“Guarda che nessuno mi obbliga a proseguire la serata a casa di qualcuno. Per me, è soltanto un’entrata in più che non fa male e in fondo è sempre meglio di spaccarsi la schiena al mercato. O no?”
“Sì, se è ciò che ti va di fare. Ma ti va ancora?”
“E a te?”
“Perché me lo chiedi, scusa?”
“Perché anche tu, secondo me, sei più coinvolto di quanto sembra”.
Ora è Gilda che sembra avere in pugno la situazione. Più che un confronto tra una potenziale coppia, sembra una partita a scacchi. Diego è alle strette. Prova a piazzare lo scacco matto, ma giocando con trasparenza.
“Io sono coinvolto, Gilda. Ma non so se siamo in sintonia come vorrei”.
“Perché?”
“Perché hai ragione quando dici di non sapere fin dove voglio arrivare. Non lo so nemmeno io. Con te vorrei fare un mucchio di cose, ma non so fin quanto sia possibile. Oppure, potremmo anche continuare a fare ciò che abbiamo fatto fino adesso, ma non so quanto tu lo possa sopportare. Per me non ci sono barriere, se c’è il feeling si può andare ovunque. Per te invece no”.
“Ma perché sei così rigido?”
“Non sono rigido, sono libero di fare ciò che mi sento, ovviamente con chi vuole fare lo stesso con me. Limitare questa libertà sarebbe accettare un compromesso. Posso anche accettarlo, ci posso provare. Ma poi non so quanto possa durare”.
“Vuoi dire che…”
“Che un giorno non ti stupire se ti dico che voglio andare a una festa. Con o senza di te”.
“Come con me?”
“Perché no? Non credi che possiamo divertirci insieme a qualcun altro, ogni tanto? Io credo di sì. Non sarebbe la prima volta”.
Per Gilda, che fino a prima di conoscere Diego si credeva Doctor Jekyll e Mister Hyde, impiegata irreprensibile di giorno e regina di chissà quale trasgressione la notte, è un altro colpo. Ripercorre nella sua mente i flashback della sua storia con Massimo, anche se non poteva del tutto paragonare il suo ex a Diego, se non altro perché Massimo le aveva sempre mentito. Diego invece le sta dicendo con assoluta sincerità che lei gli piace, che vorrebbe portarla con sé verso ignoti confini del sesso da superare e che gli sembra del tutto normale una relazione aperta ad altri, se ne si ha voglia.
Gilda non riesce a reggere quest’onda d’urto. Per la sua morale, può andar bene divertirsi senza farsi troppe paranoie con qualcuno che si conosce la sera in un locale, ma con la persona di cui ci si innamora – e lei è innamorata di Diego – non ce la fa, non se la sente, non lo accetta.
E’una questione di ideologia? Poco probabile. Le ideologie hanno attraversato Gilda soltanto di striscio. Si sente quasi come in uno dei tanti reality show che ama guardare in tv. Con la differenza che nei reality si è comunque sotto i riflettori e nemmeno in quel contesto si riesce ad essere sempre se stessi. Invece ora Diego lo è stato, prendere o lasciare. Gilda lo guarda con occhi tristi. Vorrebbe reagire, vorrebbe rovesciare la situazione, ma sa di non poterci riuscire, anche se vuole a tutti i costi avere l’ultima parola. Ed ecco che prova a dirla.
“Chiara aveva ragione”.
Diego rimane per un attimo perplesso, poi dice “Chiara? La ragazza che vive con te?”
“Sì, proprio lei”.
Diego ha capito e si incazza. “Meno male che nessuno doveva sapere niente, Paolo compreso. Ma tu ovviamente non potevi resistere e ti sei confessata con l’amica del cuore! Che immagino ti avrà urlato dietro di lasciarmi perdere”.
“Diego, non è così. Io…le ho soltanto detto…io avevo bisogno di parlarne con qualcuno”.
“E hai risolto i tuoi problemi? Non mi pare”.
“L’ho mandata a cagare, se proprio lo vuoi sapere. Perché ti ho difeso. E invece lei aveva ragione”.
“Bene: lei aveva ragione, tu hai ragione, io non capisco un cazzo e siamo tutti contenti. Dato che è così, puoi anche uscire da dove sei entrata”.
“Aspetta! Io…”
“Basta. Mi hai stufato. Non sei nemmeno capace a mantenere una promessa. Non ho altro da dirti”.
“Ma io…”
“Vattene! Hai capito? Come cazzo te lo devo dire? Vattene via!”
“Mi fai schifo, Diego. Mi fai schifo!”
Gilda scappa di corsa, apre la porta, esce e la richiude sbattendola con forza esagerata. Non aspetta l’ascensore. Si precipita giù per le scale, per poco non investe una giovane mamma con passeggino appena entrata nell’androne, corre senza fermarsi lungo parecchie stradine e arriva al Naviglio Grande quasi senza fiato. Rallenta poco per volta, fino ad uno dei ponticelli in ghisa che attraversano il canale. Finalmente si ferma e si siede su un gradino del ponte. E’ stravolta. Le gira la testa. Sbuffa per una decina di minuti, finché non le passa il fiatone. Guarda l’acqua del Naviglio che come sempre scorre placida in questo pomeriggio di un sabato come tanti altri. Quando si farà sera, la stessa acqua continuerà a scorrere allo stesso modo, accompagnando il ritmo invece frenetico di tutta quella gente della Milano giovane che si concentrerà nei mille pub e discobar sparsi lungo le due sponde.
 
 
***
 
 
“Che bello! E’il nuovo Nokia, l’ho visto sui manifesti. Fammelo vedere illuminato…dai, fammi una foto e poi me la spedisci…scusa, hai detto che ti chiami Andrea, vero?”
“Vedo che hai poca memoria”. Andrea fa un sorrisetto ironico a Gilda e nel mentre, tra sé e sé, pensa ‘Questa stasera me la porto a letto, poi domani mi dimentico pure io come si chiama, che mi frega’. Gilda fa finta di prendersela e piega la bocca a mò di broncio. Andrea le chiede “A che ora smetti?”
“Non prima delle due e mezza. Perché?”
“Ma niente, sai…mi stavo chiedendo, così, per caso…se ti andava di uscire da qui insieme”.
“E magari, sempre per caso, passare sotto casa tua, che sarà incredibilmente vicina a qui”.
“Più o meno…dai, smettiamola di fare gli idioti. Ti va di venire da me?”
“Ci devo pensare”.
“Ah certo, è una decisione difficile da prendere. Bisognerà convocare una riunione d’urgenza”.
“Scemo!”
“Ti sto prendendo in giro. Come posso convincerti?”
“Devi essere te stesso, Andrea. Tutto qua”.
“Che banalità. Ti va un po’ di coca?”
“No. Magari più tardi”.
“Dopo ne avrai bisogno, perché se vieni da me giuro che mi scateno”.
Gilda lo guarda terrorizzata. “Che dici? Per caso mi vuoi mettere le manette o cose del genere?”
Andrea ha un riflesso sincero di stupore. “Io? Ma per chi mi hai preso?”
“Scusami, l’hai detto in un modo strano. Dai, sarà divertente…sempre se resisti a star qui sul divano a guardarmi mentre giro per il privé. Non ti ingelosire troppo”.
“Ma senti questa! Vai, vai, ci vediamo dopo”.
Gilda sorride, si alza dal divano e si ributta nella mischia del privé. Sa benissimo che tra poco avrebbe fatto ancora un po’ la sciocca con Andrea, avrebbe riso ogni tanto alle sue battute, avrebbe accettato un tiro di coca, lo avrebbe fatto godere e avrebbe cercato di godere anche lei, tentando di dimenticare Diego, anche se soltanto per poche ore. Fino al prossimo, chissà quando, chissà chi, chissà se più adatto a lei. Nel frattempo, la Borsa per avere un lavoro regolare, i club per tentare di divertirsi e poco altro. Bella gente, belle case, qualche regalo per soddisfare la sua vanità. Fino ad una vita forse un giorno migliore.   
Come diceva il protagonista al suo amante in quel film americano della fine degli anni sessanta, “Corri, metti in conto, corri. Prestiti, spendi, corri…spreco, spreco, spreco…e a che scopo?
A che scopo?
Sipario. Applausi”. *
 
                                                                                                        
 
* Il film è Festa per il compleanno del caro amico Harold (USA, 1968, titolo originale The boys in the band) (NdA.)     
postato da davideracconti alle ore 10:26 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: milano, racconto, disco, subsonica


giovedì, 19 marzo 2009

La veglia dei mercanti (racconto breve)

Tra un’ora John morirà. I suoi amici lo sanno e lo stanno vegliando da  lontano, anche se da tutto il mondo. A Milano si sono ritrovati in piazza dei Mercanti, occupando a poco a poco la loggia degli Orsi e arrivando fino a piazza Cordusio. Seduti, composti, in silenzio.
Milano è lontana migliaia di chilometri dal carcere dell’Indiana dove John sta passando la sua ultima ora da uomo vivo. Non in libertà, ma almeno vivo. E più passano i minuti, più i ragazzi seduti in piazza sembrano accompagnare il suo tramonto, chi alzando gli occhi al cielo, chi guardandosi le scarpe, chi accendendosi una sigaretta come fosse l’ultima per loro e non per lui.
Quanto dura l’ultima ora di un condannato a morte? Francesco se lo sta chiedendo in questo momento. Ha organizzato il sit-in milanese contro l’esecuzione di John, contattando le varie associazioni, litigando con il comune per i permessi, parlando con radio e televisioni. Un lavoro durato un mese e che tra meno di un’ora sparirà con l’uomo per il quale è stato realizzato, per riapparire fugacemente nella cronaca dei quotidiani di domani e in pochi trafiletti dei free press letti con voracità nei vagoni della metro.
Francesco è convinto di non avere sprecato il suo tempo, anche se in questi minuti non può fare a meno di sentirsi del tutto inutile. Cerca di immedesimarsi in John per capire come ci si può sentire sapendo di dover morire fra poco. Immagina un’attesa infinita prima dell’esecuzione, minuti che non passano mai, attimi identici l’uno all’altro, aspettando soltanto di essere chiamato dalle guardie. La sensazione del tempo che non scorre, come sempre accade quando non c’è altro da fare oltre a dover attendere.
In piazza molti hanno acceso una candela. Alcuni l’hanno appoggiata tra le gambe incrociate, altri la stringono forte in mano. La loggia degli Orsi sembra un presepio illuminato. La massima rappresentazione della vita che sta aspettando un evento di morte.
Francesco si alza in piedi per dire poche parole alle persone sedute a terra. Non c’è bisogno di urlare perché nessuno parla e tutti lo stanno fissando.
“Pensiamo tutti quanti a John in questo suo ultimo scorcio di vita. Pensiamo a lui e a chi nel mondo sta manifestando insieme a noi. Pensiamo che la nostra attesa non è stata vana e potrebbe contribuire a graziare altri condannati. Infine, se potete, vi chiedo di pensare a quante cose possiamo fare anche solo in pochi minuti. Non siamo riusciti a salvare John, ma possiamo e dobbiamo fare molto altro”.
Francesco si risiede e chiude gli occhi. Molte persone non smettono di osservarlo. Altre uniscono le mani in segno di preghiera e guardano verso la Madonnina. Un gruppetto di ventenni solleva un cartello con scritto “In the name of John”. Il quartetto d’archi invitato per il sit-in intona l’ Ave Maria. I poliziotti che da piazza Duomo sorvegliano la manifestazione allontanano un paio di ubriachi. Da via Orefici arriva il rumore di ferraglia del 27, che frena prima di svoltare in via Torino.
John è morto.
La musica del quartetto d’archi prosegue, anche se con tono più sommesso. Le candele si stanno lentamente consumando. Nessuno ha voglia di tornare a casa. In tanti vanno a salutare Francesco, lo ringraziano, lo abbracciano. Lui accenna sorrisi e lentamente si defila con modestia. Sta già pensando a cos’altro fare da adesso in poi. Per Francesco la vita continua, anche nella prossima ora.
postato da davideracconti alle ore 09:05 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: milano, racconto


lunedì, 16 marzo 2009

Notturni in bicicletta

Sono appena tornato da un giro in bici notturno per Milano, una delle cose che amo di più fare. Vivo qui da quattro anni e girarla pedalando è il modo migliore per conoscerla in tutti i suoi anfratti.
 
La sera Milano diventa una città totalmente diversa, almeno per chi la sa vedere con gli occhi della bellezza e della profondità. Le luci mettono in risalto il bello e nascondono il “brutto”. Oggi poi era lunedì, sera ideale per girare perché tranquilla.
 
Provate come me ad arrivare in bici in centro verso le dieci di sera e pedalare indisturbati per il quadrilatero della moda. Non guardate le vetrine, che tanto i negozi sono chiusi. Guardate i balconi e i giardini dei terrazzi. Provate la sensazione unica di essere da soli in via della Spiga. Fatevi stregare dal silenzio di via Borgospesso.
 
Evitate i Navigli, le Colonne, Brera. Evitate il casino, che ce n’è già abbastanza di giorno. Godetevi lo splendore delle chiese nelle piccole piazze vicine a via Torino. Sfrecciate lungo la Cà Granda, senza il caos degli studenti che di giorno affollano l’università. Da piazza Cavour pedalate lungo via Palestro per sentirvi addosso il fresco della temperatura improvvisamente diminuita di tre – quattro gradi perché state costeggiando i giardini di Porta Venezia. Poi entrate all’interno di quel rombo di puro liberty che ha come centro piazza Duse. Tornate verso corso Buenos Aires, ma non fatelo: fate invece le piccole vie dietro l’hotel Diana e sbucate in viale Regina Giovanna. Proseguite verso il bar Basso e lasciatevi rapire dai dettagli dei balconi, dei portoni, delle figure in pietra lungo i muri. Passate dalla casa dei mascheroni in via Stoppani.
 
E se come me abitate non lontani dal Politecnico, godetevi la poesia delle casette a due piani dai mille colori pastello, tutte in fila come le villette georgiane di Londra, ma con un gusto e un colore soltanto italiano. Ce ne sono tantissime a Milano e la fanno sembrare a volte un piccolo paesino. Alcune tra le più belle sono anche in via Bassano del Grappa, zona via Padova. Lì però, ahinoi, è meglio passarci di giorno. No problem: ai giri in bici con il chiaro dedicherò un altro post.
 
“Milano è bella e non lo sa”, disse un giorno un mio amico. Ha ragione. Nessuno vi porterà dove vi sto conducendo ora. Nessuno vi dirà di bere qualcosa al di fuori delle zone dell’happy hour. Nessuno vi dirà di andare in via Montenapoleone dopo l’orario di chiusura dei negozi. E’ un vero peccato.
postato da davideracconti alle ore 22:38 | Permalink | commenti (7) / commenti (7) (pop-up)
categoria: riflessioni, milano, bici


lunedì, 16 marzo 2009

Mezzogiorno al supermarket (racconto)

                                                                      Ma chi è quello lì
                                                                      con quelle cosce come due autobotti?
                                                                      Quello lì, quello lì
                                                                      vicino al banco dei prosciutti cotti
 
                                                                      Mina
 
  
 
 
Mezzogiorno di fuoco, come ogni sabato mattina al “super” – chiamato così per la consuetudine dei milanesi di abbreviare tutto - di via Rubattino. Sembra che tutta la zona di Milano est si dia ritrovo qui ogni sabato a quest’ora. La grande hall con frutta e verdura è ora una pista di autoscontri, con i carrelli al posto delle automobili con la bandierina dell’Italia o di altri paesi dell’Unione. C’è chi sembra divertirsi a spingerli e non sempre sono i bambini. C’è la coppia sulla sessantina che, leggermente disorientata e soprattutto scocciata di dover dividere pochi metri quadri con decine di persone, impiega buona parte del tempo nello strappare i sacchetti di plastica per melanzane e pere Williams e il doppio per pesarle, con puntuali lamenti silenziosi di chi sta in fila. Ci sono studenti del Poli che fanno la spesa della settimana, ma che non vedono l’ora di arrivare agli scaffali dei liquori e dei salatini per la festa di stasera a casa di qualcuno. Pochi i peruviani, i filippini o gli egiziani, che preferiscono i discount per i prezzi più bassi e i negozi etnici per cucinare cibi che ricordano la loro terra. I single hanno il cestino al posto del carrello perché comprano l’essenziale e sono sempre reperibili agli scaffali delle rapide e pratiche insalate in busta. Costano di più, ma vuoi mettere che bisogna solo aprirle e al massimo condirle? Anche loro però sono sempre più attenti al prezzo al chilo e alle offerte. Una pila di pesche noci imbustate e scontate del 50 per cento è già quasi terminata e poco importa se non è più stagione e chissà se sono ancora buone. In questo bazar del terzo millennio regna sovrano il “bip” di sottofondo dei prodotti passati alle casse, un unico, costante e metallico suono che pian piano avvolge le orecchie di tutti gli attori di questa rappresentazione. Probabilmente è un suono che le cassiere non riusciranno mai ad allontanare dalla loro mente anche quando sono a casa. Forse in vacanza, chissà.
 
Gianni sta terminando di controllare le scorte di frutta per avvisare che cosa bisogna rimpolpare negli scaffali. Lavora qui da quasi cinque anni ed è moderatamente orgoglioso di indossare il suo camice bianco in stile infermiere e di non faticare più scaricando cassette all’alba come quando aveva iniziato. Non aveva mai sognato di essere un medico, un architetto, un manager. Il suo obiettivo era quello di trovare un posto di lavoro dignitoso, possibilmente senza dover stare costretto otto ore ad una scrivania e con un contatto con il pubblico diverso da quello impersonale e logorante delle officine del duemila chiamate call center. Finalmente, dopo un po’ di sacrifici, c’era riuscito e ne era abbastanza contento. Ciò che però lo distingueva da quasi tutti i suoi colleghi erano la curiosità e lo spirito di osservazione. Lavorava quasi tutti i sabati e ormai, volteggiando silenzioso e discreto tra i corridoi del super, aveva individuato una serie di personaggi che puntualmente ogni sabato a mezzogiorno facevano capolino in quella babele di profumi, colori e musica easy listening diffusa dagli altoparlanti. Alcuni lo riconoscevano e scambiavano con lui sguardi a volte di intesa, altre volte di solidarietà, quasi come a volergli dire “io sto facendo la spesa e non vedo l’ora di finire, ma tu sei qui ogni sabato e ci lavori”. A Gianni importava poco di cosa pensavano i clienti. Faceva creder loro ciò che volevano, perché sotto sotto si divertiva un mondo ad osservarli con discrezione.
 
Eccolo qui, puntuale come dovrebbero essere – ma raramente lo sono – i treni dei pendolari: il tipo sulla quarantina, capello impomatato, giubbotto da velista e jeans firmati, che con aria quasi di superiorità tiene saldo il suo cestino con più o meno le solite cose di ogni sabato. Pomodori grappolo, mozzarelle, songino, tagliata di manzo, riso Carnaroli, due bottiglie di un rosso pregiato, magari per un dopo cena speciale. Su chi piomberà come un falco questa volta? Gianni lo vede avvicinarsi ad una signora quasi coetanea. Graziosa, single o forse separata, con un chihuahua che spunta dalla borsetta appoggiata sopra il carrello. Perfetta! avrà pensato il tipo, che appena vede la signora in difficoltà si offre di prenderle l’insetticida all’ultimo piano dello scaffale. Lei lo ringrazia, lui approfitta del chihuahua per provare ad abbozzare una conversazione. I cani, si sa, sono un ottimo veicolo per conoscere persone e non è dato di sapere quanti li vogliono per avere compagnia e quanti invece per trovarne. Appena però lui avvicina la mano per accarezzarlo, il chihuahua, fiero e geloso della sua padrona, gli abbaia e digrigna i denti, per quanto possa incutere timore un cagnolino più piccolo di un furetto. Gianni se la ride sotto i baffi del suo pizzetto ben curato e pensa che non sia certo un chihuahua geloso a fermare lo spirito di conquista del suo amico, che infatti cerca in tutti i modi di aggraziarselo, ma la piccola peste non ne vuole sapere, né la sua padrona prova più di tanto a farlo star buono e, sorridendo a mò di scuse, saluta il tipo e prosegue verso i formaggi. Stavolta a mister capello impomatato è andata male, ma l’ora di punta al super non è ancora terminata e può darsi che in qualche altro corridoio ci sia una signora disarmata di cane che lo aspetta.  
 
Gianni avvisa al cellulare qualcuno in magazzino di arrivare con un paio di cassette di patate, mele Fuji e peperoni gialli. Mentre chiude la chiamata, scorge dall’estremità opposta del corridoio la sua cliente preferita. Settant’anni circa, capelli bianchi sempre ben pettinati, giacca di velluto e pantaloni morbidi, occhiali da vista di un vezzoso verde smeraldo. Naturalmente dotata del trasportino a rotelle come ogni signora milanese che è arrivata all’età della pensione. Gianni si avvicina senza farsi notare per vedere che cosa la signora questa volta osserverà per cinque buoni minuti prima di decidere o meno l’acquisto. Di solito lo faceva con gli ortaggi di stagione, soprattutto i carciofi e non soltanto per non pungersi. Ora ha messo gli occhi su…vediamo un po’…le mele annurche. Buone quanto care. Probabilmente non si fida del loro aspetto rovinato che nasconde un cuore di dolcezza. Infatti chiede un parere ad un signore che le sta scegliendo. Parlano per circa un minuto, finché l’uomo si allontana e la signora incomincia con meticolosità a mettere le mele nel sacchetto. Va a pesarle, le appoggia dentro il carrello e si guarda in giro con circospezione. Infine, con rapidità insolita in una signora anziana, ne prende altre quattro e le aggiunge al sacchetto che aveva pesato. Nello stesso momento il suo sguardo e quello di Gianni si incrociano. Lei è imbarazzata e non riesce a cambiare direzione o a guardare altrove, quasi pietrificata. Lui non se lo aspettava dalla “sua” cliente e pensa che la crisi di quest’ultimo periodo stia davvero trasformando le persone. Non sarebbe stato suo dovere occuparsene perché non è un addetto alla sicurezza, ma non può e non vuole far finta di nulla e così si dirige verso la signora, che incomincia a tremare prima ancora che lui abbia parlato.
Gianni le sorride senza dare troppo nell’occhio e le chiede “Mi dica solo con quanti sacchetti ha fatto la stessa cosa di prima”.
La signora non riesce a parlare e indica il sacchetto delle zucchine con l’indice della destra. Gianni prende mele e zucchine e la congeda. E’ contento di averla sorpresa lui anziché una guardia, ma ora chiama la security per segnalare di stare più attenti in zona ortofrutta.
 
Gianni decide di prendere un po’ di fresco nel vero senso della parola e si sposta lungo gli scaffali del pesce surgelato, dove proprio a fianco, al centro di un ampio crocevia, era stato collocato da pochi mesi un banchetto quadrato dedicato a sushi e sashimi, per chi voleva gustarsi il cibo del nuovo decennio anche a casa propria e a prezzo contenuto. A Gianni il pesce crudo faceva orrore, essendo il classico italiano medio che all’estero cerca le tagliatelle e quando le trova singhiozza se non sono buone come quelle che fa sua madre. Gli piaceva però il movimento di persone intorno a quel banchetto in puro stile giapponese. In maggioranza single, più sui 30 che sui 40, più uomini che donne, anche se non mancano mai le coppie amanti del cibo etnico o i semplici curiosi, che magari non hanno mai cenato in un sushi bar, ma che al super si sentono all’improvviso desiderosi di provare qualcosa di diverso. Oggi al banchetto è in arrivo anche la tradizionale “famiglia Brambilla”, anche se in questo caso non in vacanza. Papà, mamma e bimbo in età prescolare spinto dal babbo insieme al carrello. Anche loro sono habitué del sabato al super. Carini, tutti e tre. Papà e mamma entrambi sui 35. Lui alto, robusto, con un aspetto semplice e sano alla Antonio Rossi. Lei bionda e sottile, con un portamento elegante. Il bimbo sempre buonissimo in sella al carrello, mai un capriccio. La famiglia perfetta. Forse troppo. In tutti questi sabati a Gianni non era sfuggita una vena malinconica e distratta nello sguardo di lui, che spesso pareva essere distante chilometri mentre lei infilava nel carrello con diligenza e regolarità affettati misti, grana a cubetti e confezioni da 8 di yogurt magro alla frutta. La scena si ripete anche oggi. Lei inizia a scegliere alcuni sushi mix e chiede un parere a lui, che esprime soltanto cenni di assenso con la testa. Stavolta però il suo sguardo non è perso nel vuoto, ma concentrato su qualcuno, che quando alza gli occhi e li incrocia con i suoi ha un sorriso istintivo di grande piacere, ma poi si accorge della presenza di moglie e pupo e, anche se deluso, si allontana, voltandosi ogni tanto: il papà però e sempre lì, con lo sguardo fisso su di lui.
 
Gianni ha seguito tutta la scena ed è sorpreso. Scuote la testa, non perché sia scandalizzato, ma perché pensa quanto – e soprattutto perché - un uomo debba fingere di essere felice quando non lo è, almeno non appieno. Riceve una chiamata dalla direzione per un ordine di pompelmi che aveva avuto qualche lungaggine. Tutto comunque risolto. Torna verso l’ortofrutta con in testa un brano di Ligabue sentito in radio. Anche oggi aveva potuto osservare molte cose, oltre che intervenire di persona per risolvere lo spiacevole incidente con la signora dagli occhiali verdi. Non era però soltanto lui ad osservare, ma come logico alcuni clienti facevano lo stesso con lui mentre lavorava. Da mezz’oretta, come ogni sabato, era entrata una ragazza sulla trentina che evidentemente lo riteneva attraente e lui sapeva di avere i suoi occhi puntati addosso. “Mai sul lavoro” è sempre stato il motto di Gianni: né con le colleghe, né tantomeno con le clienti. Però questa ragazza con i capelli bruni lisci, gli occhi scuri e lo sguardo timido, ma con una punta di malizia, gli piaceva molto. Ogni sabato la guardava e ogni sabato si chiedeva come poterla conoscere e incontrare al di fuori del super.
 
Gianni sta parlando con un addetto che sta sistemando un carico di insalate in busta. I due discutono per qualche minuto, infine Gianni lo congeda con il gesto di ok del pollice in su. Si volta di scatto e si trova di fronte, quasi naso contro naso, la ragazza che, come lui, sa osservare e spesso interpretare le persone dai loro atteggiamenti. E’ imbarazzato, ma stavolta non può tirarsi indietro. Le sorride e, con voce divertita, le dice buongiorno. Lei, convinta del piano che aveva probabilmente ben studiato, gli chiede con aria fintamente tonta e voce bassa “Mi scusi, ho dimenticato gli occhiali e non riesco a leggere alcuni prezzi. Quella papaia, ad esempio…mi può dire quanto costa?”
Gianni intuisce il pensiero della ragazza e le risponde “3 e 35”. Lei annota, gli chiede un altro paio di prezzi ed è così che lui riesce a dirle il suo numero di cellulare completo. “Ma dopo le quattro – le sussurra – quando sono uscito”.
La ragazza sorride e si allontana soddisfatta. Quella papaia galeotta va davvero a pesarla e la mette insieme al resto della sua spesa.
 
Gianni ritorna ad aggirarsi in mezzo agli scaffali. Sorride ai clienti e ai ragazzi che servono al banco del pesce. Sta pensando che a volte la felicità sia più semplice da raggiungere nella pratica e che la vita cambia di continuo, in ogni istante e in ogni luogo, anche in uno dei più classici “non luoghi” come un grande supermercato. Per chi ogni sabato a mezzogiorno ci va soltanto con il compito di fare la spesa, si può trasformare in un mezzogiorno di fuoco, ma per chi sa guardare oltre l’orizzonte dei detersivi allineati per cogliere le sfumature, quel non luogo può diventare l’ombelico del mondo.
postato da davideracconti alle ore 16:07 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: racconto, mezzogiorno, supermarket


lunedì, 16 marzo 2009

AGOSTO (racconto)

                                                                                            Ti guardo e non ti vedo
                                                                     ti ascolto e non ti sento
                                                                     non chiedermi di crederti
                                                                     non lo farò
 
                                                                     C.S.I.
                                                                          
 
  
     Quella maledetta mattina del 2 agosto 1980 Stefano sentì lo scoppio della bomba alla stazione di Bologna fin dai portici dell’università, dove era insieme ad altre centinaia di ragazze e ragazzi come lui a cazzeggiare, a fumare, a prendere un caffè al bar in piazza. Lezioni ed esami erano finiti, ma ci si continuava a trovare lì davanti, in attesa di partire per le vacanze. In un primo momento nessuno capì cosa fosse successo. Poi, man mano che i minuti passavano, iniziò a filtrare qualche notizia. Infine, la paura, lo sconcerto, le mani nei capelli, che i ragazzi portavano ancora lunghi come negli anni’70 appena terminati, oppure a cresta per chi seguiva l’ondata punk arrivata da Londra nel ‘77. Anni duri a Bologna: contestazioni, violenza, autonomi, ma anche radio libere, creatività, pensieri e parole che così bene aveva raccontato Tondelli nei suoi romanzi. E il 2 agosto 1980 la strage, un’azione con un obiettivo senza nome né cognome, il sacrificio di vittime innocenti, il cuore del terrorismo nero in una città da sempre sintonizzata sull’opposta fazione.
Mille idee confuse e ad alta voce tra i ragazzi sotto i portici dell’università: andiamo in stazione, ma no che ci andiamo a fare, andiamo a sentire il tg, occupiamo il comune, che cazzo dite andiamo ad aiutare chi è sotto le macerie, ma che aiuto possiamo dare. In quel casino di opinioni lanciate al vento, Stefano guardò inconsciamente l’ora. Le undici meno un quarto. “Cazzo, venti minuti fa Chiara aveva il treno per Ferrara. Cazzo!”. Stefano si mise a correre, seguito dal suo amico Davide, che aveva capito subito dove fosse diretto. Non furono gli unici a correre verso la stazione, in quei minuti cominciò un pellegrinaggio frenetico e costante verso quel nodo di scambi ferroviari diventato poco prima un crocevia di morte. Quando arrivarono nel piazzale, videro davanti a sé il caos. I primi soccorsi, i primi volontari, tutti che urlavano di far largo, che scacciavano le persone inutili. E Stefano e Davide si sentirono totalmente inutili.
Stefano provò a cercare Chiara con lo sguardo. Impresa non facile, in quel cumulo di macerie, corpi inerti e persone in piedi. Mezz’ora, un’ora, due ore. Un’afa e un sole insopportabili. Si avvicinò quanto più possibile ai mezzi di soccorso, parlando con la gente, cercando di capire. Finchè, purtroppo, vide adagiata su una barella l’unica persona che non avrebbe mai voluto vedere.
Stefano si precipitò dai barellieri. “La conosco, è la mia ragazza. Per favore, fatemi salire”.
“Sei matto? Non vedi che non parla nemmeno? Lascia fare a noi, non c’è tempo da perdere”.
“Voglio venire con voi”.
“Per favore. E voi che guardate? Sgombrate. Sgombrate!”
“Chiara!”
Due uomini saltarono addosso a Stefano per calmarlo e dissuaderlo dal salire in ambulanza. Lui, piccolo e magro, si agitava come un demonio. “Ditemi almeno dove la portate!”
Uno dei due uomini gli rispose “Al Policlinico. Ora stai calmo, non puoi fare niente per lei. Loro sì. Stai calmo”.
 Stefano tremava di freddo, nonostante i 35 gradi all’ombra e il sudore che cospargeva quasi tutta la sua maglietta. Guardò Chiara un’ultima volta, fino a che la porta dell’ambulanza fu chiusa e le sirene azionate. Continuava a strattonare i due uomini che lo tenevano fermo. In quel momento Davide riuscì finalmente a raggiungerlo, sgomitando fra la folla. Stefano lo abbracciò con tutta la sua forza, piangendo e imprecando. “La devono salvare. Cosa ha fatto di male? Che gli ha fatto a sti bastardi? Io li ammazzo! La devono salvare…”
 
                                              ***
  
Stefano aveva conosciuto Chiara poco meno di un anno prima ad una festa degli studenti di architettura del suo corso, in un locale di solito frequentato da gente del Dams, compresa Chiara, che studiava recitazione. Un paio di sguardi e di sorrisi, poi qualche brano di Clash e Police e una quantità di birra superiore al solito avevano fatto il resto. Entrambi in linea con l’atmosfera libertina di quegli anni, non avevano aspettato molto tempo per scoprire fino in fondo i loro corpi in camera di Stefano, che divideva un appartamento con due suoi compagni di architettura. Entrambi erano attratti dalla “movida” bolognese e dalla ventata di rinnovamento di quegli anni. Entrambi erano comunque ottimi studenti, attenti all’umore del periodo, alle mode del momento, ma nulla di particolarmente illecito, eccetto le serate con contorno di spinelli a casa di uno o dell’altro, peraltro normalissime in quel periodo. Ragazzi come tanti. Persone come tante. E proprio quelle persone erano state colpite a freddo e senza motivo il 2 agosto 1980. 
Stefano e Chiara avevano deciso di trasformare una normale serata di sesso in un rapporto più intenso, con ovviamente tutte le incongruenze di una relazione tra ventenni, profonda quanto fragile, passionale quanto velleitaria, vivendo in un ambiente come quello dell’università, divertente e senza troppi pesi sulle spalle, se non l’angoscia della notte prima di un esame.
Stefano era secco e nervoso, con uno sguardo attento e scattante come quello di un felino, i capelli biondi a spazzola, la parlata rapida. Ricordava, anche se più carino e meno svitato, la buonanima di Nik Novecento. Di Chiara si poteva dire che fosse rassicurante, materna, anche a vent’anni. Calma, posata, sorriso spontaneo, un fascino discreto che emergeva man mano che la si guardava. Tutto il fuoco che aveva in corpo lo sfogava durante le lezioni di recitazione. Nessuno pensava a prima vista che lei potesse essere un’attrice drammatica, ma questa era la sua vera natura, che esprimeva sul palco, a teatro. E Stefano ne era affascinato. In comune avevano la voglia di catturare l’immaginazione e trasformarla in materia, in energia, in rappresentazione. Stefano progettando edifici, Chiara recitando spettacoli.
Entrambi percepivano che tutto sarebbe potuto accadere in quella Bologna divertente, trasgressiva, anche un po’ pecoreccia. La Bologna degli Skiantos, del cinema d’autore, dell’orgoglio gay, la Bologna di chiunque la volesse vivere. E poi, la strage. Vita e morte. Paura e voglia di reagire.
La strage, oltre a tenere la vita di Chiara appesa a un filo, aveva di colpo catapultato Stefano nella vita reale, faccia a faccia con l’incerto, con un nemico invisibile quanto pericoloso da affrontare. Stefano diventerà un uomo non per essere stato a letto mille volte con Chiara e prima ancora con una manciata di altre ragazze, ma perché dovrà affrontare un evento che per forza di cose lo avrebbe trasformato per sempre.
  
                                                ***
 
“Davide, tutto stazionario. Chiara è sempre grave, la devono portare via”.
“Come via? Perché?”
“In Francia, in un centro specializzato, o come cazzo dicono loro. Si salverà, ne sono sicuro, ma chissà quando”.
“Vacci pure tu”.
“Sì, bravo: e che ci vado a fare? Come mi mantengo? Cosa posso fare lì? E come la posso aiutare? E quanto durerà? E se poi manco mi riconoscesse più?”
“Ma che dici?”
“La verità dico. Non facciamoci storie inutili. Me l’hanno portata via per sempre, questa è la realtà. E la devo accettare. Forse, meglio adesso che fosse successo tra vent’anni”.
“Non ti riconosco, Stefano. Non sei tu che stai parlando”.
“Invece sono io. Non posso combattere contro un fantasma. Non posso prendermela con il vuoto. Chiara deve pensare a vivere, ad uscirne fuori. Io devo semplicemente pensare ad andare avanti. Senza di lei”.
“E che cosa pensi di fare?”
“Non lo so ... non lo so”.
 
                                       ***
  
LA TERZA ROMA SI DILATERA’ SOPRA ALTRI COLLI LUNGO LE RIVE DEL FIUME SACRO SINO ALLE SPIAGGE DEL TIRRENO
Quante volte Stefano aveva letto questa scritta incisa lungo tutto un palazzo all’Eur, in piazzale dell’Agricoltura.
Stefano non pensava che l’Eur fosse così bello finché non lo aveva visto di persona, anche se leggendone la storia e i criteri di progettazione, era stato sempre affascinato dallo stile, dalla pulizia e dalla razionalità delle linee, dall’idea di aver realizzato dal nulla un quartiere dapprima isolato e poi richiestissimo, simbolo di un’ideologia che lui non condivideva, ma allo stesso tempo esempio di come una (ormai ex) periferia sarebbe sempre dovuta essere. E poi gli edifici di rappresentanza: semplici quanto eleganti, imponenti, metafisici.
Era andato a lavorare all’Eur per il suo primo progetto importante da architetto e da allora era rimasto a Roma, felice di aver trovato un valido pretesto per fuggire da una Bologna che dopo la strage non riusciva più ad amare come prima. A Roma si era ovviamente buttato a capofitto nel progetto, lavorando senza quasi avvertire la fatica, godendosi pochissimo la città almeno per i primi sei mesi. Inizialmente aveva condiviso un bilocale vicino a San Paolo con un collega e poi, più il progetto andava avanti e più il suo reddito si faceva sicuro, era andato ad abitare da solo, sempre in zona, non soltanto perché comoda rispetto al lavoro, ma perché per lui San Paolo era un meraviglioso punto di riferimento. La basilica delle quattro maggiori più decentrata e quindi meno conosciuta, ma bella da mozzare il fiato. Per Stefano, San Paolo non era la potenza della chiesa, come San Pietro o San Giovanni, ma l’unione del bello con la fede.
A Roma era arrivato a trent’anni, quindi più preparato per affrontare con spalle robuste una città infinitamente più grande della sua. L’aver conosciuto Paola, sua moglie, un paio d’anni dopo essersi trasferito, aveva ovviamente facilitato le cose. Per tutti gli anni novanta, la vita di Stefano fu contrassegnata da una sola parola: cambiamento. Roma, il lavoro intenso quanto gratificante, la prima casa da solo, Paola, il matrimonio freak con tuffo finale al tramonto davanti alle dune di Capocotta, l’attico a Monteverde ricavato da un ex lavatoio che lui aveva ristrutturato da capo, le prime trasferte all’estero, la gioia di stare per diventare padre di Francesco, il primo giorno di scuola del suo unico figlio.
Bologna era sempre più lontana. E Chiara ovviamente con lei, anche se Stefano non l’aveva mai dimenticata. Ne aveva parlato spesso a Paola, non avrebbe potuto non farlo. Ogni tanto ripensava a quel giorno e si adombrava, cambiava espressione, diventava taciturno. Paola lo sapeva e lo coccolava, spesso asciugandogli le lacrime che lui, da uomo che aveva patito un dolore enorme, non si vergognava di svelare alla sua compagna di vita. Anche a Francesco, diventato più grande, gliene aveva parlato, con semplicità, senza giri di parole, come quando gli raccontava le storie delle Mille e una Notte oppure come si faceva a costruire una casa.
A Bologna ogni tanto tornava dai suoi, ormai anziani e senza più voglia di viaggiare fino a Roma per stare qualche giorno a casa sua. Spesso ci andava insieme a Francesco, sempre contento di farsi una gita dai nonni, che lo rimproveravano bonariamente per il suo accento. “Sembri il figlio di Christian De Sica”, gli dicevano. Francesco rideva. Mai però Stefano era ritornato davanti all’università o al palazzo dove abitava Chiara. Non ne aveva mai avuto la forza, o il coraggio. O forse soltanto la volontà.
  
                                               ***
  
Estate 2003.
Stefano e Paola stanno abbronzandosi su una spiaggia del Circeo. Francesco, che non resiste al sole per più di dieci minuti, sta facendo un bagno, dotato di maschera e pinne d’ordinanza. Stefano si sta lamentando con sua moglie di stare perdendo i capelli ormai a manciate. “Ho solo quarantacinque anni, mica così tanti. Guarda, è uno squallore”.
“Se ti fai un trapianto, chiedo il divorzio. Piuttosto rasati completamente, saresti molto sexy”.
“Sì, come i ragazzini davanti alle discoteche. Ma dai! Pensa mia madre che faccia farebbe!”
“A proposito, il prossimo weekend vogliamo andare dai tuoi? Poi partiamo per il Messico e non li vediamo più per un mese”.
“Sì, potremmo farlo. Noi partiamo il 5 agosto, vero? E sabato è il…oddio, sabato è il…”
“Che c’è, Stefano?”
“Sabato è il 2”.
“E allora? Lo so che è il…ho capito”.
“Proprio sabato 2. Io già quella città non la sopporto più. Quel giorno ci sarà la solita aria da funerale, il solito discorso alla stazione. Da ventitre anni”.
“Non sei mai andato a sentirne uno”.
“No, mai. Mi sono sempre rifiutato, finché vivevo a Bologna. Ma perché me lo chiedi?”
“Così”.
Stefano guarda Paola, la fissa. I due non si parlano per parecchi minuti. Paola riprende a leggere il libro che si era portata in spiaggia. Stefano si accende una sigaretta e guarda il mare all’orizzonte. Poi si volta verso Paola e dice “Hai ragione, devo andare”.
“Guarda che non è questione di ragione o torto. Sei tu che ti devi sentire di farlo oppure no”.
“Me la sento. Devo sconfiggere questa cosa per sempre”.
“Da solo?”
“Da solo”.
Francesco arriva alle spalle di suo padre senza farsi sentire e gli rovescia sui suoi pochi capelli un bicchiere d’acqua salata. Stefano si volta, ride e si mette a rincorrerlo per la spiaggia.
  
***
 
 85 morti e 200 feriti. Cittadini ignari di ciò che a loro stava accadendo, cittadini traditi da chi doveva, per ruolo istituzionale e morale, vegliare su di loro.
Alle 10 e 25, puntuale come ogni anno, il discorso nel piazzale della stazione di Bologna. Stefano è arrivato appena in tempo per l’inizio. Si guarda in giro, impacciato, teso. Non riconosce nessuna faccia amica, per fortuna. Vuole misurarsi con se stesso senza dover rendere conto a qualcuno. Agosto non mente mai a Bologna. L’afa e il caldo sono identici a quella mattina di ventitre anni prima.
Nel manifesto di quest’anno abbiamo scritto: i familiari delle vittime sapranno ancora una volta difendere memoria, verità e giustizia da riforme d’ispirazione piduista volte a distruggerle…
Stefano incomincia ad asciugarsi il sudore sulla fronte, che si mescola alle prime lacrime, coperte dagli occhiali da sole.
Conosciamo i nomi degli esecutori materiali: i terroristi fascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro…Conosciamo i nomi dei depistatori: il Gran Maestro della Loggia Massonica P2 Licio Gelli, il faccendiere Pazienza, il generale Musumeci e il colonnello Belmonte, questi ultimi ai vertici del Sismi, il nostro servizio segreto militare…
Stefano ha gli stessi brividi di freddo di ventitre anni fa. Lo sa, lo sapeva fin da prima di partire per Bologna. Forse però ha fatto bene ad esserci. Forse l’estirpazione di un bubbone maligno passa per questa forma di catarsi.
Per completare questo triste quadro…mancano ancora i nomi dei mandanti e degli ispiratori politici della strage…E’infatti solo con la verità completa e l’accertamento delle responsabilità, che si chiudono gli anni di piombo…
“Ma a me chi me la ridà la mia meglio gioventù? Forse la verità completa? Chi me la ridà?”
Rimane intatta in noi la riconoscenza per tutte le persone comuni che, quel 2 agosto 1980, scavavano con le mani in quell’inferno di polvere, fumo, macerie e morti, per soccorrere i feriti…
Stefano per la prima volta guarda attentamente il palco. Il discorso è quasi terminato. Molte le persone vicino al microfono di chi sta parlando. Suoi coetanei, persone più anziane, parecchie donne…
Chiara!
Non può essere.
Eppure, non c’è dubbio.
Stefano sgomita per arrivare accanto al palco, come aveva sgomitato ventitre anni fa per essere vicino ai soccorritori, finchè non aveva visto Chiara in barella. Ed ora la rivede, con la sua solita espressione calma e materna, quasi non invecchiata. E’ a pochi metri da lei, non si è sbagliato. Non riesce quasi a reggere all’emozione. Tenta in tutti i modi di farsi riconoscere, ma lei sta guardando fissa chi sta parlando al microfono, facendo ogni tanto ampi e gravi cenni con la testa.
Il discorso è finito. Stefano applaude insieme a tutta la piazza. Deve bloccare Chiara, non può farsela sfuggire una seconda volta. La osserva in ogni suo movimento. Sta stringendo mani, sorridendo con un’espressione quasi ultraterrena. Ecco, forse sta per avvicinarsi, sta arrivando proprio verso di lui. Un forte groppo in gola. Come fermarla? Cosa dire? Alla fine, Stefano sceglie la via più semplice, sbarrandole la strada e guardandola con dolcezza.
 “Chiara”.
“Sì”.
“Chiara, non mi riconosci?”
“No”.
“Sono Stefano, il tuo Stefano di più di vent’anni fa, dell’università, delle feste sui colli, delle recite nei cortili. Sono io”.
“Tu? Oggi?”
Stefano tenta di giustificarsi. “Lo so, è passato tanto tempo, io ho lasciato Bologna da quindici anni, ma non ti ho mai dimenticata. Sei sempre uguale ad allora…io sapevo che ce l’avresti fatta. Hai tanta grinta, lo vedevo quando salivi sul palco. Io…”
Chiara fa un cenno a Stefano e lui interrompe di botto quelle parole concitate e con poco senso. La guarda, aspettando una replica. Chiara gli sorride e gli dice “Io, purtroppo, non ricordo nulla”.
 Stefano è scioccato. “Come!”
“E’ la verità. O meglio, ho solo vaghi ricordi. Io so chi sei, perché me ne hanno parlato le mie amiche e qualcosa mi è venuto in mente. Ed ora che ti vedo, ti riconosco. Ho delle foto tue, sei tu. Ma non ricordo molto altro”.
“Ma quando sei guarita?”
“Un anno dopo, ma sono stata via dall’Italia fino all’84. E poco dopo, ho conosciuto mio marito. Tu sei sposato?”
“Sì, mia moglie è di Roma, io vivo lì da quindici anni. Ho un bambino di nove”.
“Come si chiama?”
“Francesco”.
“Che bel nome”.
“Grazie. Ma…come non ricordi?”.
Stefano è imbarazzato. Non avrebbe mai pensato di ritrovare Chiara dopo ventitre anni, nella stessa piazza dove l’aveva perduta. L’emozione di averla ritrovata, però, ora deve fare i conti con lo stupore di avere davanti a sé una donna che per lui non è più un fantasma, ma è come lo fosse ancora. Priva di memoria, priva di ricordi, se non i fatti che in questi anni genitori e amici le avranno raccontato. Stefano la guarda con un’espressione di sconforto mista a rabbia. Chiara la nota e gli dice “Dev’essere stato bellissimo quel periodo”.
“Certo che lo è stato, Chiara. Lo abbiamo vissuto insieme ogni giorno, all’università, a teatro, a casa mia e tua, dagli amici, nei bar…porca miseria, se solo io riuscissi a farmi capire…ti posso rubare mezz’ora? Non di più”.
“Se per te è importante, volentieri. Io non ho molto da fare oggi. Mio marito è via con i miei figli, ne ho due. Vuoi mangiare qualcosa? Hai l’aria stanca”.
Stefano ride, anche se con amarezza. “Non sei cambiata, te lo giuro. Sempre materna, sempre gentile, sempre nel tuo mondo. Eri così anche a vent’anni”.
“Che cosa vuoi dirmi?”
“Parlare un po’ con te. Ne ho diritto, dopo così tanto tempo. O no?”
“Fammi salutare un po’ di persone e poi andiamo”.
  
***
  
Al ristorante, come prima cosa Stefano aveva voluto sapere da Chiara come mai facesse parte dell’associazione delle vittime della strage e lei gli aveva detto che, essendo una delle poche persone ritornate a vivere dopo molto tempo dalla tragedia, era importante la sua presenza. All’inizio non se l’era sentita di accettare, ma poi, spinta anche da suo marito, aveva incominciato a frequentare l’associazione. Inoltre, continuava a recitare, l’aveva nel sangue, anche se lo faceva soltanto nel tempo libero. Stefano le aveva poi raccontato del loro anno di vita insieme, delle loro gite a Riccione, delle passeggiate a San Luca e infine anche di quel giorno, quando lei sarebbe dovuta salire sul treno per Ferrara e lui, venti minuti dopo l’esplosione, si era precipitato con Davide in stazione.
Stefano parla con foga, cercando di contenersi per spiegarsi nel modo migliore. Chiara ogni tanto sorride, ogni tanto fa qualche timido commento, ma si capisce che non segue i discorsi di Stefano come lui vorrebbe. Si limita semplicemente a guardarlo quasi con compassione. Capisce che per lui sia importante averla ritrovata dopo così tanto tempo, ma non riesce, non può riuscire ad essere altrettanto partecipe.
Stefano se ne accorge, non avrebbe potuto non farlo.
 “Chiara, cosa c’è?”
“Che cos’hai provato in quei mesi?”
“Ero disperato, perché avevo capito di averti persa. Non potevo raggiungerti in Francia, potevo pensare soltanto a che tu ti salvassi. Non è stato facile, mi devi credere. Non devi pensare che ti abbia abbandonata”.
“Non lo penso. Essendo le cose così com’erano, non c’era altra soluzione”.
“Chiara, mi spaventi. Sei talmente distaccata, talmente indifferente a cosa sto dicendo. Non so proprio cos’altro fare”.
“Stefano, ora basta. Che cos’altro vuoi? Secondo te è stato facile per me ricominciare da capo? Pazienza senza ricordarmi chi fossi tu, ma manco chi fossero mia madre e mio padre? Anni a guardare foto, a sentire racconti, a collegare pian piano tutto quanto, ma con migliaia di buchi neri. Mi sono rifatta una vita con fatica, ma ce l’ho fatta. Tu hai la tua. Ti presenti qui dopo ventitre anni, io accetto di dedicarti il mio tempo ed ora cosa pretendi? Di farmi ricordare ciò che vuoi?”
Stefano è mortificato. Chiara ha ragione, si è spinto troppo oltre. E’ sempre stato così: mai le mezze misure, sempre fino in fondo, ad ogni costo. Anche quando forse non era così opportuno farlo. Tenta di giustificarsi.
 “Scusami, hai ragione. Vedi, io ho vissuto anni con questo peso, ho sempre tentato di seppellirlo, senza mai riuscirci. Ed ora ero così contento…mi sembra impossibile non poter ricordare”.
“E anche fosse possibile, a che servirebbe?”
“Perché dici questo, Chiara? Non sarebbe bello?”
“Certo. Sarebbe stato bello se io mi fossi ricordata di mio padre che mi insegna ad andare in bici senza dover per forza vedere una vecchia foto con lui che mi tiene attaccata al manubrio. Sarebbe stato bello se io mi fossi ricordata a memoria la mia parte in Molto rumore per nulla, così non avrei dovuto ristudiarmelo daccapo. Tante cose sarebbero belle, se fossero reali”.
“Ma lo sono state!”
“Non so fino a che punto, Stefano”.
“Cioè?”
Chiara fissa Stefano per un’ultima volta. Si alza in piedi, prende la borsetta che aveva appeso ad un bracciolo della sedia e lascia la scena con poche e misurate parole.  “Stefano, non so chi tra i due sia il più reale. Sinceramente, da come parli, non mi sembra che sia tu. Non so se mi capisci. Ora scusami, ma devo proprio andare”.
 Stefano rimane di ghiaccio. Non replica, non lo può fare. Guarda Chiara allontanarsi di spalle, con la sua andatura calma e aggraziata di sempre. Si mette le mani nei suoi pochi capelli. Un cameriere appoggia sul tavolo il conto e gli chiede con molto tatto se fosse tutto ok. Stefano toglie la testa dalle mani, lo guarda e gli risponde di sì, abbozzando un sorriso.
“Non so chi tra i due sia il più reale”…aveva detto Chiara.
Chi lo è di più? Chi ha ricominciato una vita daccapo, riconquistando affetti, rapporti sociali, sicurezza di sé partendo da una pagina completamente da riempire? Oppure chi quella pagina ha voluto a tutti i costi provare a riscriverla insieme a chi non poteva, per forza di cose, aiutarlo a compiere questo percorso all’inverso?
La realtà di Stefano non può che essere quella che sta vivendo e che continuerà a vivere quando domani mattina tornerà a Roma con l’Eurostar delle dieci e quaranta. Il resto sono ricordi. Alcuni meravigliosi. Uno purtroppo tragico. Il 2 agosto 1980 è una pagina triste della storia italiana, non soltanto della vita di Stefano. Questa data, però, nella sua vita come in quella di Chiara, ha fatto da spartiacque. C’è stato un prima e un dopo. E il prima non sarebbe mai più tornato. Ora lo ha definitivamente compreso.
Stefano accende il cellulare, che ha spento da quando alle 10.25 è iniziato il discorso nel piazzale della stazione. Un breve suono annuncia la presenza di un messaggio in segreteria. Sa benissimo chi lo ha lasciato. Lo ascolta. E’ Paola, che le dice di farsi sentire e di tener duro, come soltanto lui sa fare. Stefano manda un bacio allo schermo del telefono, come ci fosse Paola davanti a sé. Mette i soldi del conto sul tavolo, accanto alla ricevuta. Si alza, saluta il cameriere, esce dal ristorante e non trattiene le lacrime, coperto dagli occhiali da sole.
 
                                                                                                                                                                                 
  
I corsivi sono estratti dalla comunicazione del presidente della associazione tra i familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980, letta nel piazzale della stazione centrale di Bologna alle ore 10.25 del 2 agosto 2003 (NdA.)    
 
postato da davideracconti alle ore 16:00 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: racconto, bologna, agosto


Chi sono

Utente: davideracconti
Nome: Davide Valenti
Da un pò di anni mi occupo di contenuti on line per siti internet e intranet. Sogno di fare lo scrittore: in realtà un libro l'ho pubblicato, ma ora sono in cerca di un nuovo editore. Sono buddista e credo fermamente nella frase "l'inverno si trasforma sempre in primavera" di Nichiren Daishonin.


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


Archivio

oggi
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009

Partecipano

Foto recenti

Filadelfia melting pot Filadelfia melting pot
Vedi altri media

Bottoni

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte